A scoprirlo fu "Fuffo" Bernardini. Il Professore, che lavorava nella Roma e aveva convinto la società a reclutare i campioni del futuro in giro per le strade della Capitale, se lo trovò di fronte in via XXI Aprile. Amos Cardarelli, allora ragazzino, era solito passare lì i suoi pomeriggi, giocando a pallone di fronte al negozio di articoli casalinghi dei Fabbricini. Bernardini si trovò davanti questo ragazzo alto e smilzo, capelli rossi come Malpelo, e rimase impressionato dalla sua forza fisica, dalla "tigna" con la quale era in grado di vincere praticamente ogni contrasto. Forse rivide qualcosa del se stesso calciatore, in quel ragazzo: se non nelle doti tecniche, per lo meno nell'atteggiamento gagliardo, testaccino. Stiamo entrando negli Anni 50, la guerra è ormai alle spalle e a Roma (come in tutta Italia) si respira un'aria diversa: c'è un ritrovato entusiasmo, dettato probabilmente dall'imminente boom economico e da un generalizzato benessere.

ESORDIO, RETROCESSIONE E PRIMO GOL

La gente torna a popolare gli stadi ed è al Comunale di Trieste che il ventenne Cardarelli fa il suo esordio assoluto in Serie A. Con la maglia della Roma, ovviamente. Perché Amos (che a Roma è e sarà sempre "Amose") è il giovane tifoso che realizza il suo sogno. È un figlio di Roma, uno che sa cosa rappresenti quel filo giallorosso che lega Amadei e De Rossi, Losi e Giannini, Di Bartolomei e Ferraris IV, Rocca e Bernardini. La società lo preleva dalla Ludovisi per duecentomila lire. Già il primo giorno è di quelli che temprano il carattere: il 24 settembre 1950 contro la Triestina la Roma perde 4-2, incassando la terza sconfitta in altrettante partite. È l'annata più dura nella storia del club, quella che termina con l'unica retrocessione della nostra storia. Per l'immediata risalita ci affidiamo alle nostre certezze. Che si chiamano Nordhal, Venturi, Treré. E Cardarelli. Gli è bastata una stagione per mostrare le sue doti di centromediano combattivo e grintoso. La cavalcata che porta all'immediato ritorno nel massimo campionato si conclude il 22 giugno del 1952 al Comunale di Verona, ma è la settimana precedente che la Roma di fatto ipoteca la promozione. Allo Stadio Nazionale rifiliamo un 6-0 al Siracusa: tra i marcatori anche Amos, che sigla così la sua prima rete con la maglia della sua squadra del cuore. Fuga sulla sinistra e diagonale  mancino da posizione defilata, con il pallone che passa sotto le gambe del portiere dei siciliani. «Segna persino il terzino Cardarelli», dice il cronista nel servizio dell'Istituto Luce, a sottolineare che si tratta di un vero e proprio evento. Del resto all'epoca i difensori di rado superano la metà campo, figurarsi se vanno in proiezione offensiva nell'area avversaria. Negli Anni 50 se vai oltre il centrocampo l'allenatore è capace di farti saltare la partita successiva, «così impari».

IL RITORNO IN SERIE A E LO 'SGAMBETTO' ALLA JUVE

Eppure Cardarelli supera la linea mediana in almeno altre due circostanze. E mica contro avversari qualunque. Il secondo dei suoi tre gol in maglia giallorossa lo rifila alla Juventus allo Stadio Olimpico, inaugurato un anno prima. È il 25 aprile 1954, giorno della Liberazione e "Amose", il ragazzo cresciuto dalle parti di via XXI Aprile e scoperto da Fulvio Bernardini, il ragazzino che giocava a battimuro davanti al negozio dei signori Fabbricini, gioca in attacco. Sì, è così: complici le assenze di Galli e Bettini, Carver lo mette a giocare nell'altra metà campo, quella che così di rado Amos frequenta. Ma ad inizio ripresa, su una punizione dalla sinistra di Celio, svetta proprio lui. Stavolta non deve impedire il gol, stavolta è lì per offendere. E lo fa da centravanti navigato, anticipando il difensore avversario e schiacciando di testa il gol che vale l'1-0. Poco dopo i bianconeri pareggeranno, ma l'1-1 finale costerà loro caro: l'Inter, vincendo a Udine, li aggancerà in classifica e andrà a vincere lo Scudetto. Convocato per le Olimpiadi di Helsinki nel 1952, è costretto a saltarle perché gli viene diagnosticata una pleurite. Sembra che la sua carriera sia compromessa per sempre, ma dopo soli otto mesi Amos torna lì, al suo posto. Perché è quello che sa fare e perché quello ama fare. Perché se hai indossato i colori di Roma nel momento più difficile e buio, se li hai onorati e riportati dove meritano di essere sempre, se hai segnato un gol alla Juventus nel giorno della Liberazione, allora non potrai mai essere dimenticato. Del resto, ha avuto il ruolo più bello, il più importante: difendere la Roma.