Dicono non si debba mai giudicare un libro dalla copertina, che spesso l'apparenza nasconda dietro di sé una molteplicità di cose diametralmente opposte rispetto a quelle che gli occhi ci mostrano.

Giorgetto è stato un tomo sguaiato della storia del tifo romanista tra le cui pagine risiede una complessa bellezza, forse triste nella sua durezza, ma profondamente orgogliosa come quella di un Quadraro che pochi possono capire se non l'hanno vissuto sulla propria pelle. Incontrarlo era un gioco da ragazzi: bastava varcare le porte del settore 20/21 dello Stadio Olimpico e volgere lo sguardo verso quel muretto che un tempo era sormontato da un grosso telo bianco tinto di rosso in onore di Roberto Rulli. Oppure recarsi in trasferta aspettando di udire nel silenzio nel marasma generale quella voce rauca e distintiva, buffa e al tempo stesso autoritaria.

Giorgetto è stato questo e tanto altro: un sorriso rubato in ogni circostanza, la battuta pronta anche nei momenti difficili, episodi sopra le righe e atteggiamenti carnevaleschi senza sfociare nel trash, un amore spasmodico e viscerale per la Roma. Lui il Romolo Balzani e la Curva Sud pronta ad interpretare i tanti motivetti destinati ad accompagnare le nuove stagioni e divenir veri e propri tormentoni; molti conservano gelosamente e con cura i file audio che di notte giravano di telefonino in telefonino per render pubbliche le creazioni di questo originale paroliere.

Perché Giorgetto sapeva coinvolgere e divertire le persone rendendo la partita di pallone un qualcosa di ancor più frizzante: uno spettacolo nello spettacolo. Con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Come la volta in cui, nel febbraio del 2013, decise di fare il suo ingresso sugli spalti con indosso una veste talare candida come la neve, stola dorata al collo e una vistosa mitra in testa. Braccia levate al cielo fra le perplessità circostanti e segni sparsi di benedizione per caricare gli ignari fedeli. "Giorgetto Papa perché no?", cantavano divertiti i Fedayn. A pochi giorni dalla rinuncia di Benedetto XVI a ricoprire la carica di vescovo di Roma, aveva deciso di benedirla a modo suo, di recitare un personalissimo "ora pro nobis" da quel muretto a cui aveva ancorato l'innocenza di una gioventù svanita solo su carta; e difatti di quel Roma-Juventus ricordiamo con gioia la meravigliosa rete di Totti e l'esultanza sotto e dentro la Sud. Oppure quando si presentò sotto la pioggia battente vestito da marinaretto affermando di aver parcheggiato il panfilo sulle sponde del Tevere, o nell'atto di far entrare ignari turisti, vittime di una goliardia verace e senza macchia.

Un modo di vivere che trascendeva anche il concetto stesso di ultrà per intrecciarsi indissolubilmente con il Quadraro e il gruppo che da quarant'anni rappresenta quel quartiere "corona di spine che cinge la città", per dirla come Pasolini, che tra quei palazzi mandò a vivere Mamma Roma. Molti hanno conosciuto il vero nome soltanto l'indomani della prematura morte, alla vigilia di un derby: destino beffardo. Giorgetto non aveva un difetto, perché non si chiamava Giorgetto, ma Alessandro. La Basilica di San Giovanni Bosco teatro di quell'ultimo saluto fatto di lacrime amare e incredulità, striscioni e gagliardetti dei Fedayn teppisti e fumogeni a colorar di giallorosso un cielo limpido come la sua passione; un saluto che ultimo in realtà non è, perché se "La Roma non me la pò levà nessuno", come affermò in un audio che oggi ha il suono di testamento, forse bisogna aggiungere che nessuno può privare la Roma e i romanisti del loro Giorgetto.

Per ogni coro inventato su un treno notturno di rientro dall'ennesima trasferta, ogni ragazzo a petto nudo su una balaustra, ci sarà sempre qualcuno pronto a raccontare la storia di quel guascone cresciuto tra Porta Furba e l'arco Primavera dell'Acquedotto Felice, in quel "nido di vespe" così fiero ed orgoglioso; come quell'omone corpulento che è stato Papa per una notte, ma ultrà per tutta la vita.