Nel 2009 Dario Salvatori editò un libro "Goal e guai di Valentin Angelillo" che mi lasciò particolarmente deluso. Ne emergeva il ritratto stereotipato del personaggio e dell'uomo, che aveva finito per far evaporare la ricostruzione del campione e della sua statura tecnica. A distanza di quasi dieci anni, proprio ora che Valentin Angelillo ha terminato il suo viaggio terreno, risulta evidente che raccontare effettivamente chi sia veramente stato Angelillo sia impresa tutt'altro che facile. La sua carriera era veramente cominciata in un luogo improbabile, la macelleria del padre, quando il tecnico Annibal Diaz, che lo aveva visto giocare nella squadretta dell'Arsenal, si presentò chiedendo di tesserarlo per il Boca: «"Ha le gambe storte, ma per me deve giocare al calcio" –  Il genitore smise di servire gli altri clienti e iniziò a parlare con Annibal Diaz –  "Sarei veramente felice se potesse giocare"». Già nel 1963, però, quando la Piccola Enciclopedia dello Sport gli dedicò un volume monografico, il suo autore Aldo Mariani apriva il libro scrivendo: «Uno dei giocatori di calcio più discussi da diversi anni a questa parte, uno dei più idolatrati e nello stesso tempo più "maltrattati" dagli sportivi è senza dubbio Antonio Valentin Angelillo, il giovane attaccante bonaerense attualmente in forza alla Roma. Più discusso, più idolatrato, più maltrattato perché il suo comportamento, sia in squadra che nella vita privata, non è andato molto a genio a diversi allenatori e allo stesso pubblico sportivo. Le polemiche sorte attorno alla figura di Angelillo sono tante, forse troppe e proprio per questo, ad un certo punto, il giovane centro avanti aveva intenzione di lasciare l'Italia per ritornare alla squadra del Boca Juniors di Buenos Aires che lo aveva ceduto nel 1957 all'Internazionale».

L'ADDIO A MILANO

Gli ingredienti della vicenda di Angelillo erano già completamente sul tavolo. Un fuoriclasse argentino piombato a Milano e finito in una cameretta da scapolo in Viale Brianza che da subito deve fare i conti con una feroce nostalgia. C'era poi il rapporto con Herrera. Don Helenio vuole uno sfondareti, una punta che prenda a sportellate le difese avversarie e che entri in area seminando il terrore. Angelillo invece è un giocatore diverso, che predilige la trama, il passaggio smarcante, che si fa largo con la tecnica, la furbizia, l'eleganza. I due erano fatti per non intendersi e a tutto questo si aggiunse la vicenda della storia con la ballerina Ilya Lopez (al secolo Attilia Tironi). Angelillo se ne innamorò e per lei lasciò la fidanzatina d'argentina Ines Olga Valle, di origine italiana, studentessa del conservatorio di Buenos Aires. Per l'Italia della fine degli anni '50 è troppo. Un calciatore che lascia una studentessa per avventurarsi nei night di Milano assieme a una ballerina per giunta divorziata. Game over. Nonostante le 16 reti della stagione 1957-58, quella del suo arrivo, e le 33 marcature del 1958-59 (un record fantascientifico che lo consacra istantaneamente nella leggenda del calcio italiano), la vita di Angelillo, gettata in pasto ai media, diventa un inferno. Il 15 gennaio 1961, in occasione di Inter-Roma, Manfredini, che conosce Angelillo sin da bambino, lo incrocia a San Siro. L'argentino dell'Inter quel giorno non giocherà, Pedro si ferma a parlare con lui vedendolo scosso: «Lo trovai – scrisse Manfredini in un suo libro del 1962 "Io e il Piedone" – distrutto, avvilito e sfiduciato. Mi confidò che il suo desiderio era solo quello di andarsene da Milano, non importava dove. Io e Lojacono gli dicemmo, un po' scherzando, che lo avremmo portato a Roma come un fratellino minore bisognoso di cure. Lui rispose "magari" e parve illuminato dall'idea che noi gli facemmo balenare». L'addio di Angelillo all'Inter è stato sempre presentato come una cessione fatta dei nerazzurri per liberarsi di un peso non più gradito. Hanno raccontato e scritto i fatti sempre così, ma la realtà non è questa. Angelillo spinse per lasciare Milano, almeno quanto i dirigenti nerazzurri furono ben disposti ad accontentarlo, vista la favolosa entrata economica che la sua cessione garantì alle casse nerazzurre. Però, come faceva dire John Ford a uno dei suoi personaggi più riusciti ne "L'uomo che uccise Liberty Valance": «"Come, non pubblicherete questa storia?". "No, senatore. Qui siamo nel West, dove se la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda"».

l'AFFARE DA RECORD

Alla fine del maggio 1961 Anacleto Gianni, presidente della Roma, voleva disperatamente un grande colpo per il club giallorosso. Angelillo era in cima ai suoi pensieri, anche perché Manfredini aveva fatto sapere che l'interista sarebbe venuto nella capitale anche a piedi. L'Inter sparò fortissimo chiedendo in cambio del suo attaccante Losi e Manfredini. Gianni allora fece sapere a Moratti che aveva iniziato a tessere una trattativa con l'Atletico Madrid per acquistare il Campione del Mondo Vavà, per un ingaggio di 100 milioni di lire. Il 25 maggio 1961 Il Corriere dello Sport scrisse: «La Roma in ultima istanza si è detta disposta a spendere per Angelillo una cifra abbastanza vicina ai 150 milioni che per il momento Moratti ha ritenuta ancora non adeguata. Le trattative però verranno riprese nei prossimi giorni (…). Comunque nel caso (improbabile) che per Angelillo non venisse ottenuto l'accordo, la Roma ha altre importanti carte da giocare».Il 5 giugno il gioco delle parti finì e la Roma chiuse l'acquisto per 230 milioni di lire. Antonio Valentin, il figlio di un "carnicero" (macellaio) di origine italiana, trasformatosi in una stella del calcio mondiale approdò alla Roma. Ferruccio Barberini commentò in questo modo la notizia: «La Roma avrà nella prossima stagione il più formidabile trio d'attacco d'Europa: Lojacono-Mafredini-Angelillo. Tre fuoriclasse che parlano lo stesso elevatissimo linguaggio tecnico (…). La Roma avrà nella prossima stagione l'uomo cervello, la mezz'ala pensante, il costruttore regista, l'architetto del gioco giallorosso: uno Schiaffino di 24 anni. Un Di Stefano formato giovanile. È proprio quello che occorre alla Roma per diventare una grande squadra e lottare seriamente e per un intero campionato per lo scudetto». Angelillo firmò il contratto alle ore 22 dell'8 giugno 1961 all'Hotel Gallia alla presenza del Commendator Startari, di Francesco Marini Dettina e di Ilya Lopez. L'allenatore della Roma Carver  disse: «Angelillo è un Di Stefano, forse con un po' meno carattere, ma in compenso con più classe. Da lui ci si possono aspettare grandi cose». È assolutamente necessario aggiungere due cose. Di Stefano era considerato universalmente il più grande attaccante del mondo e Carniglia sapeva di cosa parlava visto che lo aveva allenato al Real Madrid.

Pedro Manfredini, il calciatore che meglio conosceva Angelillo, scrisse: «Credo d'essere stato uno dei primi ammiratori di Angelillo a comprendere il suo tentativo d'adeguarsi ad un gioco nuovo in Italia e forse il primo a indovinarne il sicuro successo. Venne in Italia quando egli era un ragazzo in evoluzione come calciatore. Indovinò sui campi italiani quella che doveva essere la sua vera posizione in campo, cioè la posizione di mezzala arretrata e cominciò molto laboriosamente ad assimilare la tecnica di questo indirizzo. L'avevo visto giocare in Argentina e qualche volta Angelillo, col gioco di lassù, s'era persino schierato centravanti. Faceva passaggi rapidi, al volo ed era perfetto. In Italia, ancora giovanissimo ha cominciato la trasformazione del suo personaggio e s'è lentamente ritrovato mezz'ala come serve da queste parti e come pochi ce ne sono in circolazione. Per conto mio Angelillo può entrare adesso in un'orbita consentita solamente ai fuoriclasse e restarvi certamente anche otto anni divenendo piano piano la grande forza e il grande idolo della squadra».

I QUATTRO ANNI ROMANI

Nelle sue quattro stagioni romane Angelillo contribuì alla vittoria di una Coppa delle Fiere e di una Coppa Italia. Le aspettative erano enormi: non si può dire che deluse, ma la Roma dei suoi anni - sebbene con un attacco atomico che era potenzialmente il più forte al mondo (Angelillo, Manfredini, Lojacono, Selmosson e ancora Schiaffino, Menichelli, Da Costa, Orlando) - non riuscì a portare lo scudetto nella capitale. Scudetto che invece Angelillo vinse nel modo più avventuroso immaginabile. Lasciata la Roma, il Milan e il Lecco, nel 1967 stava infatti vivendo un periodo di inattività. Chiese allora a Naim Krieziu, che era stato suo allenatore nella Roma, di potersi allenare con l'Almas la squadra romana che il campione albanese guidava in quel periodo. Naim fu felice di accontentarlo e di fargli giocare alcune amichevoli (in una Angelillo affrontò un giovanissimo Massimo Germani, il più rigoroso storico della Roma, all'epoca valente difensore dell'Omi). Il suo impegno non sfuggì al Milan che lo richiamò nel suo organico. Con tre presenze, in quella stagione 1967-68, Angelillo si laureò Campione d'Italia. L'ultimo ricordo "romanista" di Angelillo risale però, per il sottoscritto, alla gara di Coppa Italia del 24 agosto 1983, quando la Roma più grande di tutti i tempi faticò sette camice per battere l'Arezzo (con Antonio Di Carlo in campo) allenato da Angelillo. Dino Viola arrivò ad assistere a quella gara direttamente da Cortina. Negli spogliatoi raggiunse l'accordo con Agostino Di Bartolomei per il rinnovo di contratto di quella stagione, quindi appena visto Angelillo, gli andò incontro per salutarlo: «Quanti ricordi», gli disse sorridendo. Erano, quelle, parole pronunciate non nella veste di presidente, ma in quella di un tifoso che aveva sognato anche grazie ad Angelillo… E sono le stesse parole che ci vengono in mente in questo momento…