A Firenze ho praticamente vissuto per tre anni, da pendolare, sempre di corsa. Sembravo un invasato quando da Santa Maria Novella piombavo a Via dei Federighi, sfrecciavo su Via della Vigna Nuova e infine caracollavo cianotico a Via del Parione 11 dove frequentavo un corso di specializzazione. Di Firenze m'innamorai immediatamente e nonostante il lavoro lì mi sono anche divertito. Come quando prima di una lezione della professoressa Simonetta Soldani, mi avvicinai al microfono del leggio dell'aula magna e davanti a 130 corsisti (112 di Firenze e un romano, io), dissi: «Ve saluta Montella». Era il 24 gennaio 2005 e il giorno prima al Franchi avevamo battuto 2-1 i viola con una rete dell'Aeroplanino. Rischiai il linciaggio, ma vuoi mettere la soddisfazione?

Del resto sotto qualunque cielo ci si trova, come disse qualcuno, gli occhi con cui guardi le stelle sono sempre gli stessi e le mie pupille sono giallorosse. Per questo quando in una passeggiata sul Lungarno m'imbattei in Via dei Saponai andai subito a cercare il civico 1-3, dove nei primi Anni 50 c'era la sede della Fiorentina. Un inguaribile romantico direbbe: «Da appassionato di calcio t'interessa anche la storia della Viola», e sbaglierebbe. Sono stato un praticante, ma mai un appassionato di calcio, solo e sempre un tifoso della Roma. Il calcio è solo un pretesto nato per permettere alla Roma di scendere in campo, giocare e vincere, un pretesto che spesso mi ha fatto maledettamente soffrire.

Il passaggio alla Roma

E allora, Via dei Saponai? Il fatto è che proprio qui, a 300 metri dagli Uffizi e a non più di 500 da Ponte Vecchio, nella serata del 9 luglio 1952, si radunò un brulichio di tifosi viola per commentare, costernati, il passaggio di Egisto Pandolfini alla Roma. Per la Fiorentina fu un lutto, ma sapete, compagni di fede giallorossa, cosa rappresentò l'acquisto di "Pandora" per noi della Roma? Cosa significò andare a prendere un calciatore della Nazionale, uno dei più forti e dei più popolari in Italia?
Il 18 maggio 1952 a Firenze, l'Italia affrontò "i maestri inglesi".

Un Paese, il nostro, uscito letteralmente sventrato dalla guerra, provava a rialzarsi, a ritrovare il suo posto nel consesso europeo, a mettersi alle spalle anni di privazioni, dolori e distruzioni. Ebbene, quel giorno, per usare le parole di Vittorio Pozzo: «È mancato poco che l'Italia non vincesse». Pareggiarono gli Azzurri, grazie a una rete di Amadei e uno degli artefici più grandi di quella memorabile gara fu proprio Pandolfini, che come notò lo stesso Pozzo «ha fatto sentire il suo peso». Bruno Roghi si spinse oltre, dicendo che a fine gara (quando Pandolfini veniva portato fuori dal campo sollevato sulle spalle dai tifosi che avevano invaso il campo), Piola, Amadei e Cappello, ribattezzati, Porthos, Athos e Aramis dell'Italia «hanno certamente conferito a Pandolfini il pennacchio e la spada del quarto moschettiere». Davanti ad Aldo Fabrizi in tribuna a trepidare con gli altri tifosi, Egisto si prese dunque i galloni di D'Artagnan del calcio italiano, di nuova stella del nostro movimento sportivo.

Poco meno di due mesi dopo la Roma, neopromossa dalla serie B, si affacciava sull'Arno (a condurre la trattativa per conto di Renato Sacerdoti fu il Consigliere Ermanno Donati) e con un'operazione clamorosa, che comportò l'esborso monstre di 55 milioni di lire, si preparò ad acquistare il campione toscano.

Il 2 luglio Sacerdoti era stato insediato alla presidenza della Sezione Calcio nell'Assemblea dei Soci tenuta al Teatro Quirino. Per Il vecchio leone, era stato "un autentico trionfo". Dopo essere stato il Presidente di Testaccio, Sacerdoti era diventato il Presidente della "riscossa", ed era stato eletto per acclamazione. L'assemblea non volle neanche discutere i nomi dei componenti del nuovo Consiglio Direttivo da lui proposti. Si trattava dell'uomo che aveva in un colpo solo riportato la squadra in Serie A e ridotto il passivo di bilancio da 141 a 46 milioni, doveva avere carta bianca.

Giugno 1950, Pandolfini sulla nave che porta la Nazionale ai Mondiali in Brasile @LaPresse

Un colpo formidabile

Quel giorno, il "Sor Renato", quando prese la parola, non si lasciò sfuggire neanche un accenno sul colpo che aveva, evidentemente, già in canna. Fino alla serata del 9 luglio, quando per la prima volta si riunì il nuovo Consiglio giallorosso, nulla trapelò. Quale fu la reazione nella Capitale quando la notizia, letteralmente, deflagrò?

Come scrisse Il Corriere dello Sport due giorni più tardi «l'entusiasmo dei tifosi, dopo il sensazionale acquisto, è salito alle stelle». Pandolfini firmò il contratto che lo legava al giallorosso a Milano, sul treno che dopo pochi minuti lo avrebbe condotto a Helsinki per disputare i giochi olimpici.

Per i romanisti fu una gioia indicibile, un orgoglio manifesto nel constatare con i fatti che la mortificazione subita con la retrocessione era stata superata a spallate, che la Roma, che nel loro cuore era sempre stata la squadra più grande, stava tornando prepotentemente alla ribalta anche nella considerazione nazionale. "Pandora" entrò nell'immaginario dei tifosi romani tanto che quando Pier Paolo Pasolini scrisse "Una vita violenta" mise in bocca al suo Tommaso Puzzilli, ragazzo di Pietralata protagonista della storia, impegnato in una selvaggia partita di pallone, queste parole: «A Zimmì, e lasseme perde, no? Nu lo vedi che so' Pandorfini, so'? So' 'na potenza, so'!».

L'incontro

Pensavo a tutto questo, quando il mese scorso ho avuto il privilegio raro di partecipare a un incontro con Pandolfini. Sprofondato sul taxi che mi portava alla meta, mi tornava in mente il suo nome come lo aveva scritto Pasolini: Pandorfini, una romanizzazione. Era così che lo chiamava mio zio, è così che ancora oggi lo chiama mio padre. E se è esistito un Pandolfini della Fiorentina, c'è stato un solo, grande, immenso, Pandorfini, quello romanista.

Questo pensavo quando finalmente abbiamo varcato la soglia della casa di Egisto. Ci ha accolto sua figlia, Silvia, che ci ha fatto strada, poi, in fondo a un corridoio, l'ho visto mentre ci veniva incontro. Passo un po' incerto, sorriso meraviglioso e la voce dalla calata inconfondibile. Indicando una foto alla parete, che lo mostrava con la Nazionale del 1950, diceva ammiccando: «Vedete quelli, oh, mica facevo il custode io, ero assieme a loro. Ma voi venite fino da Roma solo per me?».

«Ho difeso la Roma»

Avrei fatto la strada a piedi per vederlo e per vedergli consegnare dalla Roma la maglia che è stata realizzata e personalizzata per lui a Trigoria dagli stessi addetti che preparano il materiale tecnico per De Rossi e compagni: "8 Pandolfini". L'effetto è stato suggestivo e per me questa casacca vale mille volte la 10 di Messi o la 7 di Cristiano Ronaldo. Egisto ha preso tra le mani la maglia e intorno abbiamo fatto tutti silenzio, per gustarci il momento. È stato lui il primo a parlare: «Pensate che quando arrivai a Roma trovai dei miei compaesani che avevano un ristorante. Mi appoggiai anche da loro e questo mi fece sentire subito a casa. Poi ho difeso la Roma e credo di aver fatto la mia parte, di aver onorato lo sforzo di chi aveva voluto darmi questa cosa qui».

I tifosi e il Club le hanno voluto e le vogliono molto bene, lo sa, vero?
«Sì, perché ce l'ho messa veramente tutta: forse sono andato anche oltre quella che era la mia cifra tecnica. Dai tifosi e dalla Società sono stato ripagato con il bene che mi hanno voluto. Ma anche io ho voluto bene alla Roma».

Che giocatore era il Pandolfini della Roma?
«Ero un corridore, più che un tecnico. Non ero di quelli che chiudevano gli occhi e facevano viaggiare il pallone. Io dovevo tirarmi su le maniche e a Roma l'ho fatto».

È un attimo: mi torna in mente il gol di Falcao al Pisa, nel 1983, a quelle altre maniche tirate su e mi emoziono di brutto a vedere che veramente la maglia della Roma, come recita il titolo di un leggendario libro di Paolo Castellani, Massimiliano Ceci e Riccardo De Concilis, è la "Maglia che ci unisce": scavalca il tempo e permette l'impossibile. Palla da Pandolfini a Falcao, per me da oggi è successo anche questo e prima che la conversazione finisca quel pallone arriva anche a Batistuta, che venne portato in Italia proprio da Pandolfini, che nei primi Anni 90 lavorava per la Fiorentina come osservatore.

Egisto era in Argentina per osservare Diego Latorre. C'era anche sua moglie, Giovanna (un mito anche lei), che gli disse: «Ma quale Latorre, prendi quello!». Pandolfini annuisce e "quello" era Batistuta, che alla fine gli si avvicinò e disse: «Signor Pandolfini porti anche me in Italia».

«Aveva tutto - riprende Egisto - Era robusto, muscoloso, anche se tecnicamente era inferiore ad altri: feci di tutto per farlo prendere». Il triangolo è chiuso e la palla è ancora in goal, merito suo, ma del resto: «Nun lo vedi? È Pandorfini, è na potenza!».