Il giorno dopo Roma-Avellino inizia il capolavoro di Roma-Juventus. Si pensa a qualcosa di mai visto prima in nessuno stadio in Italia e d'Europa. Qualcosa che renda omaggio a quella che, in quel momento, era forse la miglior Roma di sempre, almeno dal punto di vista del gioco; qualcosa che l'avvolga e la sproni, qualcosa che lasci a bocca aperta tutti, anche i nostri nemici di sempre. Si pensa a uno stadio tutto giallorosso, a una coreografia per tutto l'Olimpico.

Lo slogan per le partite che contavano, nei volantini, nei comunicati, nei passaparola era sempre lo stesso in quegli anni: «Almeno oggi tutto lo stadio come gli ultrà». E partiva sempre almeno una volta il coro dalla curva: «Tutto lo stadio». Era l'epoca in cui si ricercava costantemente comunione. L'idea e la sua realizzazione passava per il pareggio della Roma a Firenze e soprattutto per la sconfitta della Roma a Verona, che aveva riprecipitato l'eroica squadra di Eriksson a – 5 punti dalla Juventus prima della grande sfida dell'Olimpico. Fa male, ma chissenefrega, si diceva all'epoca. Questa Roma merita il più grande riconoscimento possibile, questa è la nostra partita, di fronte abbiamo "loro". Era la partita. Era la sfida.

I 15 chilometri di plastica colorata, non ritagliata con le misure giuste, arrivano proprio dopo la partita del Bentegodi: si passa una settimana a misurare, ritagliare, avvolgere, trasportare, collocare, avere i permessi e la collaborazione di tutti i settori dello stadio per essere pronti alla meraviglia. Il segnale del via l'avrebbe dato un tifoso in mezzo al campo, nel momento in cui avrebbe visto l'arbitro Agnolin uscire dal tunnel sventolando la bandiera svedese scelta in omaggio a Sven Goran Eriksson. Eccole, entrano in campo le squadre. Si srotolano le strisce colorate. Contemporaneamente. Scendono come lava. Come onde. Come qualcosa che pian piano, ma senza freni, si va a depositare in fondo al cuore. L'Olimpico è una bomboniera. L'Olimpico è un sogno. I giocatori della Roma si guardano ovunque e attorno, ovunque è Roma.

La stessa cosa fanno quelli della Juve. Platini e Cabrini sembrano increduli. Qualcuno di loro confesserà più tardi: «Avevamo già perso nel momento in cui siamo entrati in campo». La più bella trasmissione televisiva di ogni tempo, 90° minuto, apre con la coreografia dell'Olimpico, alle spalle di Paolo Valenti c'è l'immagine di quella "cosa meravigliosa".
Dino Viola si alza in piedi al momento dello spettacolo. Gian Piero Galeazzi alla Domenica Sportiva parla di «una coreografia da kolossal hollywoodiano da far invidiare le cerimonie d'apertura dei Giochi Olimpici». E quello era. Quello e forse di più. E quello è stata anche la partita che è venuta, letteralmente, dopo. Praticamente non c'è stata, con la Roma che ha maltrattato la Juventus dall'inizio alla fine, con la Roma che ha segnato il 3-0 con un uomo in meno per l'espulsione (doppia ammonizione) di Pruzzo.

Erano 6 anni che non la Roma batteva la Juve all'Olimpico. L'ha schiantata. Aveva iniziato con un colpo di testa di Ciccio Graziani altezza terra e poi col il raddoppio di Roberto Pruzzo che aveva sentito necessario spogliarsi dopo quel gol. Il Bomber corre sotto la Sud e si toglie la maglietta: non l'aveva mai fatto nessuno prima, perché non l'aveva mai fatto nessuno quello che aveva visto prima. Si toglie la maglia come a dire ai tifosi: "questa è vostra, siete voi la Roma, avete segnato voi, di più non posso darvi".

È amore felice quella partita. Fino alla fine. Dopo il terzo gol di Cerezo, anche lui si mette a fare il giro di tutto lo stadio. Continua anche dopo la partita e sembra non voler finire mai. Alla fine si capirà perché: «La Roma in settimana mi ha detto di trovarmi un'altra squadra. Volevo ringraziare alla mia maniera la mia gente». La Roma va a meno tre dalla Juve ma non pensa allo Scudetto quella sera, non solo perché il distacco sembra troppo a così poche giornate dalla fine, ma perché credo che le bastasse quello che aveva negli occhi e nel cuore. Eriksson, per parlare di quella giornata, tira fuori un'espressione sbagliata ma che ne dà esattamente il senso: «Oggi è stato il colmo della Roma». Intendeva il massimo. Intendeva che più di così, in campo e fuori, non si poteva fare. Intendeva Roma-Juventus 3-0 del 16 marzo 1986.

(Tratto dal libro "Le 100 partite che hanno fatto la storia della Roma")