«Dicono che la Coppa Italia non sia ancora sentita quanto meriterebbe, tra noi neghiamo che ciò sia vero. È poco sentita quando "maiora premunt", non richiama forse grande concorso di folle quando l'avversaria è facile, o è una rivale da poco scesa a lottare con la squadra preferita in campionato». Potrebbe sembrare una cronaca strappata da qualche blog, un contributo postato magari nelle ultime ore. Invece, si tratta di un articolo apparso sulle pagine de Il Littoriale del 6 maggio 1937. Se dopo 80 anni, siamo ancora qui a fare più o meno gli stessi discorsi, vuol dire che qualcosa a livello strutturale dovrebbe essere disegnato in maniera radicalmente diversa. Una cosa però è certa, se la dimensione della Coppa Italia (oggi TIM Cup, ma a noi piace continuare a chiamarla con la sua originaria denominazione) e persino il turno (ottavi di finale allora come oggi) sono identici, diverso era il momento attraversato dai due Club.

Nel 1937, a Testaccio arrivava una squadra granata in grande salute che si stava giocando tutte le sue chance per arrivare a conquistare il secondo posto in classifica (alla fine sarà terza a quattro punti dal Bologna campione), la Roma vivacchiava nelle retrovie (e alla fine sarà malinconicamente decima in classifica a pari merito con il Bari), tanto da indurre la rubrica "Fuori gioco" del 4 maggio di quell'anno a scrivere: «Alla Roma sta capitando, quest'anno, un fatto strano. Se vale un reparto, l'altro comincia a fare acqua e il terzo se la barcamena ma appena quello che fa acqua, tappate le falle, riprende l'autorità e la bravura di una volta, ecco che l'altro – quello che andava bene – mostra manchevolezze e poca solidità. Andava bene l'attacco? La difesa, invece, brillava di viva luce. Ed era l'attacco a creare guai e grattacapi. Ora, invece, ecco l'attacco andare bene e la difesa fare acqua. Però quest'altalena finirà: e allora la Roma, rinforzata, presenterà uno squadrone».

In attesa dello squadrone la Roma, allora come oggi (viene il dubbio che Gianbattista Vico non avesse tutti i torti nel teorizzare sui corsi e ricorsi storici), era alle prese con la questione dello stadio. E anche in questo caso possiamo sorridere pensando che siamo in una condizione enormemente più favorevole ai nostri giorni. Il 3 maggio 1937, infatti, il presidente romanista Igino Betti aveva incontrato il Governatore di Roma Piero Colonna e il Segretario Generale del CONI, durando una grande fatica, solo per strappare il permesso per la squadra di continuare a giocare a Campo Testaccio. Il tutto era stato subordinato alla costruzione di alcune "costruzioni permanenti in luogo delle attuali in legno". Oltre alle ambasce per questioni vitali alla sopravvivenza del Club, in vista del match con il Torino, la Roma aveva la certezza di non poter schierare Luigi Allemandi, uscito malconcio dal match con la Fiorentina e non sapeva se avrebbe avuto la possibilità di avvalersi delle prestazioni di Tonino Fusco, a cui era arrivata la cartolina di leva e che avrebbe dovuto presentarsi a Padova per entrare a servire nel corpo aeronautico.

Il Torino detentore della Coppa, giocava per la prima volta in questa competizione contro la Roma e nelle sue file schierava quel Luigi Brunella che nella Capitale sarebbe diventato immortale. Il Torino lo aveva pescato nella Vigevanesi, segnalato dalla rubrica "Assi lanciati", tenuta da Il Littoriale che lo aveva messo in evidenza come promessa più interessante tra i talenti difensivi emergenti in Italia. Brunella si era distinto per il suo senso della posizione, per la capacità di anticipare gli attaccanti avversari e controllarli senza ricorrere al fallo. Non era cioè un "butcher", dedito a picchiare, come andava di modo in quegli anni, ma un difensore moderno, capace di giocare il pallone e all'occorrenza far ripartire l'azione. Brunella, per dirla tutta, era un fuoriclasse nel ruolo. Il Torino non se ne sarebbe mai privato se sulla strada di questo talento non si fosse presentato un grave infortunio al ginocchio.

Arrivò dunque la gara, che vedeva le due squadre alla pari nel pronostico (la Roma aveva infatti il vantaggio del campo). Gli atleti vennero accolti sul manto erboso sotto il Monte dei Cocci da «raffiche di vento irregolari, frequente inquilino di Testaccio». A guidare l'attacco romanista c'era Dante Di Benedetti. La punta, alla fine di ottobre del 1936, aveva subito un infortunio che di fatto ne avrebbe arrestato l'ascesa che altrimenti sarebbe stata strepitosa. A saltare via era stato il menisco, comportando un intervento operatorio che oggi è pura routine, ma che in quei giorni era un'incognita assoluta. L'operazione subita da Brunella avrebbe restituito al calcio un atleta completamente recuperato, Di Benedetti, invece, avrebbe dovuto convivere con un danno permanente, perdendo quella brillantezza che nella stagione precedente lo aveva reso irresistibile. Al fischio d'inizio, dopo alcune sortite offensive dei granata (la Roma per cavalleria decideva di giocare la gara in maglia bianca), sono gli uomini di Barbesino a prendersi il campo. Questo, sia in virtù di una «prima mezz'ora spettacolosa di Bernardini», come scritto da Il Littoriale, sia per la straripante verve del giovanissimo Amadei che nei primi 13 minuti serve a Mazzoni un pallone d'oro dilapidato dall'ex modenese, e poi mette sulla testa di Di Benedetti il pallone che sblocca la gara.

Il raddoppio arriverà invece al 71', ancora per l'insistita iniziativa di Di Benedetti che dà il "LA" alla manovra, scambia con Tomasi e Amadei e alla fine, insinuatosi tra Maina e Ferrini, scaraventa in rete. Al 77' il Toro accorcia le distanze approfittando di una colossale ingenuità della difesa romanista. Il direttore di gara fischia un calcio di punizione per un fallo compiuto da Frisoni e Gadaldi, che sradicano dal terreno di gioco Baldi. Sul pallone si presenta Allasio, che al fischio dell'arbitro Scorzoni rimane immobile sulla sfera. I romanisti pensano che ci sia qualche problema e allentano la loro attenzione. Allasio ne approfitta e fa partire la traiettoria della sua battuta che si spegne in rete sorprendendo Masetti. Ad un minuto dal termine, ancora Di Benedetti, non appagato, servito sempre da Amadei, batte violentemente verso la porta di Maina. Il numero uno granata si lascia sorprendere e si tuffa con un attimo di ritardo. Il pallone non perdona e si caccia ancora una volta in rete, fissando il 3-1 finale.

Mentre per il Torino è l'eliminazione, la Roma continuerà il suo cammino battendo prima il Napoli e quindi l'Ambrosiana e presentandosi alla finalissima contro il Genoa che la vedrà invece sconfitta per una sola rete. L'ultima considerazione riguarda il tecnico che guidò la Roma in questa edizione della Coppa Italia, vale a dire Luigi Barbesino. Il Mister era giunto alle ultime battute del suo ciclo giallorosso, uno dei più intensi della storia romanista. Un ciclo fatto di uno scudetto sfiorato nel 1936 (e sfumato per un solo punto) e per l'appunto la finale di Coppa Italia. Il bilancio avrebbe potuto essere trionfale e portare all'apertura di un "rinascimento sportivo" determinante nella formazione del "blasone" del Club. Cosa mancò? La risposta è nella fuga del trio Guaita, Scopelli e Stagnaro. Con questi elementi nella propria intelaiatura la squadra non avrebbe avuto barriere. Quel gruppo era infatti un mix irripetibile dei migliori giovani del campionato italiano (Fusco, Di Benedetti e Amadei su tutti), di giocatori arrivati all'apice del proprio rendimento (Serantoni, Bernardini, Frisoni, Masetti) e per l'appunto degli attaccanti più temibili del panorama mondiale, Guaita e Scopelli. Osservando le due squadre scendere in campo oggi all'Olimpico sarà impossibile non rivolgere per un secondo il pensiero alla gara del maggio 1937, e se poi il tabellone ripetesse lo stesso risultato non saremmo certo noi a lamentarci.