Il gol che ci cambiò
Roberto Pruzzo sotto la Sud ci salva dalla B, è l’ultima gara di Anzalone a Roma. Inizia l’era di Viola e della squadra più bella di sempre, tutto nasce da quella rete all’Atalanta
Penultima giornata del campionato di calcio 1978/79, Roma-Atalanta. Il miracolo a Milano, la settimana prima contro l’Inter (vittoria per 2-1 allo stadio Meazza di San Siro), aveva rasserenato Roma. La città tutta, dico, in questo ultimo scorcio degli Anni 70 che non erano stati giusti verso un presidente, Gaetano Anzalone, che stava per giocare la sua ultima partita all’Olimpico da proprietario, e nemmeno verso la folla romanista che in questo decennio, senza successi e con qualche amarezza profonda, era riuscita ad organizzarsi nel consorzio umano più riuscito di qualsiasi altro: il Commando Ultrà.
Era il 1977 quando venne srotolato quello striscione di 42 metri con i tamburi e i bandieroni sopra, era iniziata di fatto un’altra epoca ma sul campo ancora non si vedeva. C’era un senso di forte sproporzione – come suggerirà Agostino alla fine di questa partita contro l’Atalanta– fra quello che davano i tifosi della Roma e la Roma. Anche per questo, l’intervallo all’Olimpico di quel Roma-Atalanta è stato forse il più lungo della nostra storia, dovevamo davvero uscire dal tunnel all’intervallo: stavamo sotto 2-1, dopo essere passati in vantaggio quasi subito, stavamo con un piede in Serie B.
Allo stadio c’erano settantamila spettatori, la Roma era quella della maglia Pouchain, quella a ghiacciolo, quella iper moderna che adesso è quasi per definizione quella vintage. Era la Roma del Lupetto di Gratton, una Roma proiettata al futuro ma ancora con i piedi appesantiti da brutte abitudini del passato. In quella stagione Anzalone fece l’enorme sforzo di comprare dal Genoa, Roberto Pruzzo, inventandosi mille anni prima di adesso, l’odierna hospitality.
Malgrado tutto, malgrado la vittoria a Milano, a una giornata e mezza dal termine del campionato eravamo sul precipizio, con la prospettiva di andare a giocare l’ultima di campionato al Del Duca contro l’Ascoli, pericolante, lo scontro fra Atalanta e Vicenza che aiutava fino a un certo punto, mentre il Bologna batteva il Torino. Si stava mettendo tutto male. Si era messo tutto male.
Personalmente ho provato una cosa simile all’intervallo di Foggia-Roma nella stagione 1993/94, prima del gol di Giuseppe Giannini (un altro momento nostro, dove il settore ospiti dello Zaccheria è letteralmente franato sulle ginocchia del Principe mentre Mihajlovic se lo baciava in bocca), ma non c’è confronto: mancavano 135′ alla fine del campionato quel giorno - anzi 118′ -quando, al 17′ del secondo tempo, proprio Roberto Pruzzo (il Bomber, ultimo grande lascito di un presidente dal cuore enorme e dalla capacità di vedere le cose rara come Anzalone) segna sotto la Curva Sud il gol che ci salva tutti. Tutti. Anche tutti voi che non eravate nati, voi che state leggendo queste parole, voi che siete della Roma.
Perché, se dai diamanti non nasce niente, da quel Roma-Atalanta 2-2 del 6 maggio 1979 nasce ... tutto: la Roma di Dino Viola, di Nils Liedholm e poi di Paulo Roberto Falcao, la Roma dello Scudetto più solare di sempre, delle notti di Coppa e dei Campioni, delle tante coppe Italia, delle maglie belle, bellissime, del calcio morbido, col pallone bianco, della ragnatela (altro che tiki taka) dello stadio sempre pieno e pieno di sole pure quando pioveva. Senza copertura, perché non ne avevamo bisogno: guardavamo il sole in faccia.
Quel giorno c’erano settantamila spettatori a tifare una Roma con 24 punti, impaurita e praticamente in serie B all’intervallo, per colpa del gol di Cesare Prandelli (quello che terrà in gioco pure Ramon Turone in un pomeriggio di pioggia a Torino, quello che allenerà la Roma per il tempo di mezza estate) di Roma-Atalanta. L’esultanza di Pruzzo è un marchio, è un’esplosione romanista di spontaneismo e gioia che forse squarcia il decennio a venire. Buca la membrana dell’attesa. Apre un futuro e un’epoca.
A fine partita, ancora negli spogliatoi dell’Olimpico, il Capitano dell’AS Roma (è bello ogni tanto riscriverlo così, tutto intero) Agostino Di Bartolomei al giornalista Silio Rossi disse come al solito parole piene di senso e cariche di futuro: «I nostri tifosi sono stati commoventi, i tifosi della Roma sono commoventi... Sarebbe ora che offrissimo loro uno spettacolo diverso da quello che hanno visto in questo campionato».
Arriverà l’ora Capitano e il tuo spettacolo sarà un esempio. In settimana la Roma passerà nelle mani dell’Ingegner Adino Viola. Mentre Gaetano Anzalone poco più là, stremato, diceva, ripetendo: «Speriamo sia finita, speriamo sia finita». No, Presidente, era appena iniziata l’era più bella di sempre.
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