Sei anni esatti da quel 26 marzo 2014, quando venne svelato il plastico del futuro stadio giallorosso. Un evento in grande stile, organizzato nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, con tutto il vertice del club e gli uomini più rappresentativi (come le glorie del passato Falcao, Bruno Conti, Giacomo Losi, ma anche quelli che erano il capitano ed il vice, Francesco Totti e Daniele De Rossi) presenti, insieme ovviamente ai rappresentanti delle istituzioni, su tutti l'allora sindaco di Roma Ignazio Marino.

L'architetto Dan Meis, che è il padre del progetto del nuovo stadio, si lasciò andare a paragoni difficili da far digerire ai romani, come quando paragonò l'impianto al più iconico dei monumenti della città. «Vogliamo riproporre la gloria e potenza del Colosseo - disse l'architetto americano - Creeremo una sorta di nuovo Colosseo, cercando di dare all'impianto un'impronta moderna. Sarà a misura di famiglia, un'oasi felice per i tifosi». Le frasi che però fanno più effetto oggi sono quelle circa le previsioni di realizzazione della casa giallorossa. «Saremo la prima città che farà uno stadio con la nuova legge sugli impianti - dichiarò nell'occasione il sindaco Marino - Come Comune di Roma valuteremo il progetto nel tempo di 90 giorni». Sulla tempistica, il sindaco poi aggiunse: «Spero che Totti e compagni ci possano giocare già a partire dalla stagione 2016-2017. Vogliamo che questo progetto dimostri che a Roma si sta cambiando veramente pagina, che un'opera così importante si può realizzare in un tempo relativamente breve».

Quel relativamente breve oggi stona e stride con la realtà di una città paralizzata, e ben prima che esplodesse l'epidemia che costringe l'intera nazione ad una quarantena forzata. Ad impantanare il progetto infatti sono e sono stati i continui tentennamenti, o forse anche ripensamenti, della classe politica capitolina. Arricchiti poi dai comportamenti sfrontati del socio della Roma, il costruttore Luca Parnasi, oggi ormai completamente fuori dall'affare, ma i cui guai giudiziari hanno rischiato di far saltare tutto.

Tra l'altro a proposito di Parnasi e di Eurnova incombe una scadenza a breve che nasconde non poche insidie. Infatti la società della famiglia Parnasi dovrebbe coprire parte della propria esposizione debitoria entro le prossime settimane. Una cifra vicina ai 70 milioni di euro, frutto di quanto il costruttore dovrebbe alla Sais di Gaetano Papalia, ma anche al Campidoglio stesso per il completamento di una struttura commerciale nel quartiere Laurentino, finita di costruire da tempo, ma mai collaudata e quindi mai operativa.

L'imprenditore romano contava di poter sfruttare almeno in parte il denaro della cessione della società al costruttore ceco Radovan Vitek, ma i problemi finanziari dei Parnasi, oltre alla paralisi finanziaria mondiale dovuta al Covid 19, rendono impraticabile questa soluzione. Va detto che ad oggi è assolutamente improbabile che si lasci fallire Eurnova e con essa il progetto stadio. Sono stati investiti troppi soldi e troppo tempo perché questo avvenga. La proprietà del club, in primis James Pallotta, non intende rinunciare all'idea di regalare alla squadra una nuova casa. Ed il progetto stadio resta centrale anche nella cessione del club al gruppo Friedkin. Anche la sindaca Virginia Raggi, e tutto il Movimento 5 Stelle romano, non possono permettersi un passo indietro che lascerebbe scioccato l'intero ambiente. Prova ne è il fatto che nonostante quanto stia accadendo nel nostro Paese, i tecnici capitolini continuano (non si sono mai fermati) ad incontrarsi con i tecnici dei privati, per concludere la stesura della Convenzione Urbanistica. Atto questo che sarà, nelle intenzioni della prima cittadina, reso pubblico non appena l'emergenza lasci respiro alla pubblica amministrazione. Del resto sono passati solo sei anni.