"Mi sentivo invincibile, Roma e Nazionale, mi sembrava di realizzare un sogno. E invece, in poco tempo, ho perso tutto». Lorenzo Bianchini, classe '89, un metro e 87. Attaccante. Capitano della Roma Primavera di Alberto De Rossi nella stagione 2007/2008, di Alberto De Rossi e della Nazionale Under 18 di Francesco Rocca nella stagione precedente. Uno dei più promettenti nel panorama giovanile, non abbastanza per i dirigenti romanisti, che prima lo mandarono in prestito alla Pistoiese e poi lo vendettero all'Isola Liri. Serie C a 19 anni. Un sogno durato un anno e svanito in «troppo poco tempo», come racconta il diretto interessato.

Lorenzo, che ricordi hai delle giovanili della Roma?

«Si respirava il clima ideale per un ragazzino della Roma, che si trova a giocare, anche sotto età, con la sua squadra del cuore. Sotto età perchè non ho fatto gli Allievi Nazionali: De Rossi a soli 16 anni mi volle in Primavera, con la Roma Campione d'Italia. Anni bellissimi: di pari passo, entrai in Nazionale Under 18. Mi sentivo invincibile, mi sembrava di realizzare un sogno e invece, nel giro di poco tempo, ho perso tutto, sia la Nazionale che la Roma. Senza contare che non ho mai esordito in serie A».

Nel 2008 vai alla Pistoiese.

«Vado in prestito, e mi scontro con il calcio vero. Diciannove anni, prima esperienza fuori casa, lontano dall'ambiente ovattato della Roma, mi sono trovato a combattere con situazioni che hanno richiesto una buona dose di maturità per evitare che mi perdessi d'animo. Alla Roma era tutto preciso, tutto perfetto, venivamo coccolati e ci sentivamo già un gradino più in alto. Andare fuori è stata dura: un mondo completamente diverso».

Eri una promessa, ti sei ritrovato ceduto all'Isola Liri.

«Ho fatto un primo campionato in comproprietà all'Isola Liri per poi essere venduto il secondo anno. Già dal primo avevo capito cosa stava succedendo. Quando una società come la Roma parte con la comproprietà vuol dire che non ha molta fiducia nel tuo futuro. È una questione di possibilità: non a tutti vengono date nello stesso modo. Penso che la Roma avesse deciso di puntare su altri, di coltivarli e farli crescere, gli stessi che infatti aveva mandato in prestito in serie A o in B. E io non ero tra questi. Chi viene mandato in C, è quasi scontato che faccia la mia stessa fine: penso a compagni come Claudio Della Penna o Federico Erba. A 19 anni giocare in C1 è difficile. Diventa dura trovare spazio, la società punta su altro, non sulla tua crescita. Per assurdo a quell'età è più facile giocare in serie A».

Quando hai capito che la tua carriera non sarebbe decollata?

«Quasi subito. Dal primo anno a Pistoia avevo capito che non sarebbe stata quella che sognavo, tutt'al più una carriera mediocre. È frustrante e devi essere subito pronto a reagire: da capitano della Primavera della Roma e della Nazionale Under 18 ti puoi ritrovare, come è successo a me, a non essere nessuno nell'arco di pochi mesi. Si passa da una realtà astratta, in cui credi di potere tutto, di essere a un passo da una vita di un certo tipo, al non avere nulla in mano. Devi essere forte, poggiare i piedi a terra e capire che la vita è soprattutto altro, altrimenti rischi di cadere in un vortice dal quale è quasi impossibile uscire fuori. D'altronde a 19 anni, in una società dove l'immagine e il denaro fanno buona parte del brodo, è difficile fare tutto con le proprie forze».

Perché molti giovani talenti come te continuano a perdersi?

«Dico sempre che ho fatto tanto in mezzo a tanti, ma troppo poco rispetto ai grandi. Secondo me tutto questo ai miei tempi succedeva perché passavano per giovani giocatori di 27/28 anni. Ora la situazione è totalmente cambiata: in serie A fanno giocare anche ragazzi di 17/18 anni. Prima c'era molto scetticismo nei confronti dei giovani. A livello giovanile ho fatto il massi mo, eppure a 28 anni mi ritrovo a giocare in Eccellenza. Ora il problema invece è quello dei tanti, troppi soldi che girano nel mondo del calcio, per cui spesso e volentieri si dà pochissimo spazio alle eccellenze del nostro Paese. E ce ne sono davvero tante».

Dal 2009 al 2012 all'Isola Liri. Cosa vuol dire giocare in C2?

«È una piccolissima società, sono stato benissimo per tre anni ma, insomma, non era quelloa cui pensavo quando a 16 anni mi allenavo sul campo di Trigoria. Mi hanno trattato come un figlio, ma non è facile a 20 anni giocare in campionati dove ti scontri con squadre più grandi, di un certo livello. Sicuramente ho le mie colpe, perché ovvio che se avessi segnato 50 gol l'anno mi sarei fatto tutto un altro nome. Però emergere è difficile, soprattutto quando non stai bene di testa, quando sei consapevole di essere passato dal tutto al poco, e di non riuscire a risalire. Ti demoralizzi e anche il rendimento calcistico viene meno».

Poi sei andato ad Arezzo, in D.

«Ad Arezzo sono stato davvero bene, era il primo anno da dilettante ma mi sono sentito come se giocassi in serie A. È una società molto organizzata, con un alto livello di professionismo. Ho fatto bene lì, avevo segnato 10 gol in 23 partite. Ma una serie di situazioni, tra cui anche il cambio del presidente, hanno fatto sì che la nostra squadra venisse quasi tutta rimpiazzata. È cambiato di nuovo tutto, e mi è toccato ripartire ancora una volta da zero».

Nelle categorie più basse, vale ancora la pena vivere di calcio?

«Fino a una certa età sì, poi non più. A 25 anni mi sono reso conto che non valeva più la pena andare a 300 chilometri da casa per guadagnare pochissimo. Arrivi ad un punto in cui l'aspetto economico diventa fonda mentale per la sopravvivenza stessa, hai un'altra testa rispetto a quando avevi 19 anni. Fai una vita da professionista con cinque allenamenti a settimana, partite, trasferte, ritiri. Vedi due soldi ma ti rendi conto che non bastano a vivere. A un certo punto ti devi svegliare per forza, è la vita stessa a svegliarti. Arriva un'età in cui capisci che il sogno è finito e c'è la vita vera. Devi essere pronto a ripartire, a crearti un futuro diverso, anche se il pallone rimarrà sempre parte di te».

Che ricordi hai della Nazionale?

«Quello con l'Under 18 è stato l'anno migliore della mia carriera. Ero preparato a livello fisico, calcistico e mentale, non potevo chiedere altro. Purtroppo è durato solo un anno. L'episodio che mi porto dietro è il gol contro l'Inghilterra da 30 metri, bellissimo. E anche la fascia da capitano: una di quelle emozioni che non dimenticherò mai».

Due anni fa al Pomezia, in Eccellenza, l'ultima stagione al Racing Club. Cosa fa Lorenzo Bianchini oggi?

«La mia ultima esperienza ‘seria', lavorativamente parlando, è stata al Bastia Umbra. Dopo il calcio è diventato solo divertimento e passione. Per ora sono fermo. Ho ripreso gli studi in fisioterapia e quest'estate mi sono laureato. Ho deciso di costruirmi un futuro solido, nonostante il rammarico che mi porto sempre dentro. Lavoro quotidianamente da fisioterapista allo studio di mio padre, a cui devo molto. Mi ha permesso di uscire dal tunnel e mi ha inserito nel mondo del lavoro, un mondo che difficilmente conosci se fino a quel momento hai solo calpestato terreni da gioco. Il calcio alla fine, finché avrò la possibilità, non penso di volerlo abbandonare, è troppo importante. Anche se ad oggi non può essere più la prima scelta. Ma se trovassi una squadra in Eccellenza, andrei».

Hai rimpianti?

«Assolutamente sì. Non avevo le qualità per arrivare chissà dove, ma messo in altri contesti qualcosa di più avrei sicuramente potuto fare. Il mio errore più grande è stato quello, a 17/18 anni , di non andare via dalla Roma, lì non c'era spazio. Il calcio che conta è quello dei grandi. Il problema è che a quell'età ero distratto dal contorno, da Roma, da Totti. Poi il tempo è passato e mi sono reso conto che il calcio giovanile in Italia conta ben poco. Si tende spesso a mitizzare gente che deve star lì per volontà superiori, ma ci sono tantissimi giovani italiani che avrebbero meritato molto di più,, e sono finiti in categorie bassissime o hanno smesso».

Cos'è il calcio per te oggi?

«Non è una passione, è una questione di vita. Non ti nego che sono deluso, è normale: pensavo sarebbe andata diversamente, ho investito tanto tempo della mia vita per poi non ritrovarmi nulla in mano. Però va accettato. È la vita. E ancora oggi mi basta una palla e una strada per essere felice».