Rideva sempre Joseph Bouasse Ombiogno, come chi ha visto l'abisso ed è riuscito a non caderci dentro. Lo chiamavano Perfection, la sua favola sembrò tale solo per pochi mesi: era venuto in Italia per giocare a pallone e ci era riuscito, firmando un contratto professionistico con la Roma, pochi mesi dopo aver rischiato la bruttissima fine che può fare chi viene abbandonato in un stazione dei treni di un paese straniero, minorenne, in un continente diverso e ostile. A vent'anni la sua carriera era finita su un binario morto, a 21 se n'è andato, stroncato da un malore, forse un arresto cardiaco, nella notte tra domenica e lunedì. Dicono stesse giocando ai videogiochi con un ragazzo senegalese, Diallo Ba, pure lui passato per Trigoria, senza troppa fortuna.

Il primo tesseramento

La storia di Perfection è avvolta nella nebbia, perché lui ne parlava poco. I suoi piccoli segreti se li porterà nella tomba, le informazioni che girano sul suo conto, riprese ieri dai siti internet, quando in tarda mattinata è cominciata a circolare la notizia della morte, vengono tutte da una fonte unica: lui stesso, e il pochissimo che ha detto al procuratore dell'epoca, che lo ripeté a chi voleva saperne di più, su quel ragazzo africano con un cognome che sembrava fatto apposta per i titoli scemi. Il procuratore dell'epoca, a cui venne segnalato da un allenatore della Liberi Nantes, era Diego Tavano, in ottimi rapporti con la Roma - il portiere brasiliano Fuzato lo ha portato lui - che accettò sulla fiducia di prendere in prova questo ragazzone senegalese con un fisico fuori dal comune, pur sapendo che sarebbe stato molto complicato tesserarlo, in caso fosse piaciuto.

Piacque, e la Roma gli disse di avere pazienza: era al primo tesseramento, cosa che semplifica molto le cose, permettendo di non inserirlo nel conteggio della prima squadra, ma lo status di minorenne extracomunitario non accompagnato le complicava, visto che in questi casi c'è un iter estenuante, che prevede la firma di un tutore legale nominato dal tribunale. E così il ragazzo, nato a Yaoundé il primo settembre 1998, dovette aspettare la maggiore età per poter firmare lui, e giocare: rimase un anno e mezzo ad allenarsi a Trigoria, un altro mese e mezzo dopo la maggiore età se ne andò per avere il transfer, debuttò a Crotone, il 15 ottobre, prendendo il posto di Bordin, che aveva piedi d'oro e qualche problema quando la si buttava sul fisico, in una mediana a tre completata da Spinozzi e Frattesi.

Il fisico era l'ultimo dei problemi di Perfection, il primo era la disciplina tattica, come inevitabile per chi è arrivato al professionismo con vari anni di ritardo rispetto a compagni entrati a Trigoria per fare i Pulcini: appena entrato saltò un paio di avversari, correndo verso al linea laterale, dimostrando al contempo di sapere tenere piuttosto bene la palla incollata al piede, e di riuscire molto meno bene a tenere la posizione. Aveva il numero 21 quel giorno, col numero 20, nel Crotone, pochi minuti dopo, entrò un altro ragazzo che non è diventato grande, Marco Calderaro, finito contro un guard-rail in autostrada, un anno fa. Pochi giorni dopo il suo esordio la Roma giocò in Youth League, e Perfection rimase a casa perché non era in lista, il sabato dopo la prima da titolare, con la maglia numero 8, Roma-Novara 4-0. Il terzo gol lo firmò il numero 4, Antonio Ruediger, che tornava in campo quel giorno, a tempo di record, dopo l'infortunio al crociato che gli aveva fatto saltare gli Europei. Ieri il difensore tedesco ha pubblicato su Twitter una foto di quella partita, in cui al suo fianco c'è il ragazzo che non c'è più: «Notizia orribile - scrive, in inglese - sono così triste. Riposa in pace fratello mio, giovane talento andato via così presto». Una foto in bianco e nero, in cui si allenavano con la prima squadra, l'ha messa anche Radja Nainggolan, commentando: «Mon petit (GRAND frere)... incredibile la notizia di oggi... cosi giovane cosi tanto da vivere ancora.. I miei pensieri vanno alla sua famiglia e vicini...». Tra i tanti che hanno risposto, con cuori spezzati, mani giunte e facce tristi, Bouah, Keita Balde, Iturbe, Pjanic, e Totti. In certi casi c'è poco bisogno di parole.

Pochi mesi

A conti fatti, la militanza in giallorosso è durata meno di quello che c'è stato prima e dopo: un anno e mezzo per firmare un contratto, due senza giocare dopo. Tre mesi e mezzo e 8 presenze nel campionato Primavera, 12 in tutto, una serata da calciatore vero, subentrando in Supercoppa, una delle partite più belle della gestione De Rossi, Roma-Inter 4-0. Si giocava all'Olimpico: tra le foto del suo Instagram, tra una quindicina di scatti con la prima squadra, e i selfie con Totti e DDR, c'è l'immagine del tabellone dello stadio col suo nome. Il profilo è fermo a una foto con sullo sfondo la stazione di centrale di Milano, datata 15 aprile 2017, e la sua carriera non è durata molto di più.

Perché il ragazzo aveva un fisico che gli avrebbe permesso di fare a spallate con Julio Baptista, una tecnica tutt'altro che disprezzabile e una bella corsa, ma non era ancora diventato calciatore. Tatticamente era decisamente indietro, e faticava a mantenere la concentrazione, alternando buone giocate a errori banali. Gli allenamenti in prima squadra - durante i quali Spalletti gli aveva chiesto di essere meno irruento - vogliono dire poco: quando un Primavera non è ancora tesserato, capita spesso che l'allenatore dei grandi, per fare numero, prenda lui, piuttosto che quelli destinati a giocare il sabato. Ad aprile la Roma tornò all'Olimpico per la finale di Coppa con l'Entella di Zaniolo ma lui ma non c'era più, prestato al Vicenza. Scelta incomprensibile: in Primavera appena 3 presenze dall'inizio, non poteva essere pronto per la B. E infatti Bisoli lo schierò una volta sola, 14' ad Avellino, febbraio 2017. Finito il prestito tornò a Roma, 2 anni senza richieste, ma il contratto c'era, e lo stipendio arrivava. Dalla scorsa estate era libero, a febbraio, pre Covid, un paio di provini in Romania. L'ultimo viaggio del gigante che rideva.

Rideva sempre Joseph Bouasse Ombiogno, come chi ha visto l'abisso ed è riuscito a non caderci dentro. Lo chiamavano Perfection, la sua favola sembrò tale solo per pochi mesi: era venuto in Italia per giocare a pallone e ci era riuscito, firmando un contratto professionistico con la Roma, pochi mesi dopo aver rischiato la bruttissima fine che può fare chi viene abbandonato in un stazione dei treni di un paese straniero, minorenne, in un continente diverso e ostile. A vent'anni la sua carriera era finita su un binario morto, a 21 se n'è andato, stroncato da un malore, forse un arresto cardiaco, nella notte tra domenica e lunedì. Dicono stesse giocando ai videogiochi con un ragazzo senegalese, Diallo Ba, pure lui passato per Trigoria, senza troppa fortuna.

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di: Francesco Oddi