«Da piccolo dicevo che avrei voluto fare il calciatore o il cantante. Il calcio mi aveva deluso. Così ho iniziato a rappare». Ibrahima Bongoura Thiam, classe '93, originario della Guinea, nato e cresciuto a Grottarossa, ha vinto due scudetti con la Roma, girato un po' di Lega Pro, chiudendo con un allenatore che si presentò così: «Con me non giocherai perché sei di colore». Ha smesso, si è messo a cantare: nome d'arte Mojo, venerdì esce il suo singolo, "Keita Balde". Perché il calcio ritorna sempre.

Partiamo dall'inizio.

«Il Veiana, Roma Nord, ora neppure esiste più. A 9 anni passammo alla Lazio, io e il migliore amico. Che aveva il padre che andava in Curva Sud, e mi ha fatto diventare della Roma: da bambino simpatizzavo per il Milan, per Weah, poi mi sono innamorato del Capitano. Due anni alla Lazio, eravamo in tanti ad aspettare un'opportunità alla Roma. Alla finale del Torneo Aquilotto che si giocava all'Olimpico, ci hanno fatto fare l'inchino sotto la Curva Nord. Solo che io, sotto, avevo la maglia della Roma».

E l'opportunità è arrivata.

«Sì. Avevo 11 anni. Presero una dozzina di giocatori, con me c'erano Ciciretti e Pigliacelli. Non abbiamo neanche dovuto fare il provino. Quando chiamò Bruno Conti gli attaccai il telefono in faccia, convinto che fosse il papà di un mio compagno della Lazio che mi faceva uno scherzo. Ma dovetti iniziare in ritardo la preparazione perché mia madre decise di portarmi in Africa. Proprio quell'anno, per la prima volta. Non ci sono più tornato».

La tua situazione familiare?

«Meno grave di come si pensi. I miei genitori naturali non avevano la possibilità di tenermi, mia madre voleva tornare in Africa. Un giorno al parco, due signore che incontrava tutti i giorni, si offrirono di aiutarmi, prendendomi con loro. Sono cresciuto con loro: quando avevo 7 anni mia madre è tornata, ma ormai la mia vita era qui a Roma Nord, non mi sentivo di ricominciare tutto da capo. Ma i miei genitori naturali li vedo spesso: mia madre si è risposata, vive ai Castelli, mio padre qui vicino».

Gli anni alla Roma?

«Vinsi lo scudetto sotto età, coi Giovanissimi di Stramaccioni. Poi ho avuto un problema perché non ero cittadino italiano, non potevo più essere tesserato: mi allenavo con la Roma e il sabato giocavo nei dilettanti, prima col Tor di Quinto, poi col Futbolclub. Mi cercava anche il Chievo in quel periodo, ero tifoso della Roma, scelsi di non andare. E forse è stato un errore... Alla fine la Roma riuscì a tesserarmi, vinsi lo scudetto sia con gli Allievi che con la Primavera di De Rossi. Ricordi bellissimi, eravamo un grande gruppo, come fratelli. E Stramaccioni era un fratello maggiore. Ero uno dei suoi pupilli, quando la Roma mi scaricò un dirigente mi chiese se volessi raggiungerlo all'Inter. Sarei andato di corsa, ma poi non se ne fece nulla».

Dopo la Roma?

«Volevo smettere, il salto è stato duro. Infatti l'estate rimasi fermo, ricominciai a settembre. «Ma come ci sei finito al Tor di Quinto?», mi chiedevano tutti. Però mi sono rialzato: perdemmo il campionato in finale, con la Vigor Perconti. Venivano gli osservatori del Parma, presero me e Attili, altro ex Roma».

A Parma non hai mai giocato.

«Andavo sempre in prestito. Prima in C2, al Bellaria: mi sono divertito tanto. Eravamo tutti ex Primavera, ci siamo salvati con 3/4 giornate di anticipo, in panchina c'era Marco Osio, pure lui mandato dal Parma. Con lui ho fatto 7 presenze, giocavo quinto a destra. Poi la Romania, esperienza assurda: dovevo andare al Cluj, che però puntava a tornare in Champions League, e mi mise nella seconda squadra. Se ne occupava un procuratore australiano, erano tutti suoi connazionali, perdevano ogni partita. Chiesi di essere girato in prestito, finii all'Unire a Dej, in serie C. Città piccolissima, squadra carina ma non era calcio. La società ci portava al McDonald nel pre-partita, non mi era mai successo di mangiare pollo fritto prima di giocare. Però ho imparato una lingua nuova: il romeno è facile, simile all'italiano. E il presidente era una bella persona. Aspettava i soldi promessi dal Parma: non arrivarono, mi pagò di tasca sua. Dopo 6 mesi sono tornato in Italia».

E sei stato mandato al Savona.

«Con un allenatore, Ninni Corda, che poi è stato arrestato (nell'inchiesta della Procura calabrese "Dirty Soccer", alla fine ha patteggiato un anno e 4 mesi, ndr). Ho visto più volte la Finanza entrare nel suo ufficio. Un dittatore, oltre che una persona estremamente razzista. «Ti ha mandato il Parma ma te lo dico: con me non giocherai perché sei di colore». Scaramantico a livelli folli: un compagno mi fece notare che chi andava in panchina col numero 17 non entrava mai. Ma almeno ricominciavo a guadagnare qualcosa: in Romania dovevo farmi mandare i soldi dai miei».

E poi?

«La passione per il calcio stava scemando. Nel frattempo un mio amico che fa il rapper, sentendo la mia voce, mi aveva proposto di andare con lui in studio. Anche il producer mi fece i complimenti: ‘Tu hai una voce fatta per cantare'. E iniziai. Da bambino avrei voluto fare il calciatore o il cantante, da ragazzo frequentavo locali di black music. Avevo trovato una cosa che mi dava le stesse sensazioni che provavo i primi anni in cui giocavo».

Hai chiuso allora?

«Mi proposero un provino al Maritimo, serie A portoghese. Nell'isola di Funchal, dove è nato Cristiano Ronaldo; è una sorta di santino, trovi la sua faccia ovunque, bar, locali... Fisicamente andavo a mille, il provino andò bene, volevano prendermi. Ma il Parma temporeggiò, non mandava il nulla osta, e saltò tutto. Tornai un anno al Futbol, in Eccellenza. Manuel La Rosa, mio ex compagno alla Roma, aveva aperto un negozio di abbigliamento, il Code 272, creò una squadra di calcio a 8 con lo stesso nome, e mi propose di giocare. Un anno e mezzo, bei ricordi: stavamo per vincere il campionato, perdemmo in finale col Cotton Club, la poker room di Giuseppucci».

Un cognome famoso...

«Il figlio di Franco, della Banda della Magliana. Il Libanese, in pratica. Ma con me è sempre stato gentile».

Ha mai provato a ingaggiarti?

«Aveva un buon rapporto con il mio presidente, non gli avrebbe mai scippato un giocatore».

Ci si vive con la musica?

«Per un anno e mezzo ho lavorato in un hotel: iniziai come portiere di notte, siccome sapevo le lingue diventai receptionist. Poi mi sono licenziato e ho deciso di dedicarmi completamente alla musica. I rapper a volte guadagnano più con gli sponsor che con le canzoni: sono andato a parlare con la Nike, si ricordavano che mi sponsorizzavano da calciatore. Il mio primo singolo, ‘Bello ebbasta', sta andando benesu Spotify e YouTube. Il secondo si chiama ‘Keita Balde freestyle': lo conosco, abbiamo amici in comune a Roma Nord. Nel video canto con la sua maglietta: ho aspettato che andasse via, quella della Lazio non l'avrei messa mai. Ha promesso che esulterà col balletto del video dopo un gol».

Degli ex Roma chi senti?

«Scardina e Sini, di Roma Nord, Scicchitano, Orchi, Piscitella, che è un mio fan, Petrucci, che ha preso la mia casa in Romania, Dieme. Sono in contatto con Florenzi che è molto amico di La Rosa. Avevo un bel rapporto con Ciciretti, vederlo segnare allo Juventus Stadium mi ha ricordato i bei tempi: lo scudetto Allievi lo vincemmo battendo la Juve, 1-0 con gol suo».

Qualche ex compagno su cui avresti puntato a occhi chiusi?

«Ero innamorato di Viviani: la perseveranza di Florenzi lo ha portato dove merita, ma Fede sembrava più bravo. Mi piaceva Montini, a cui facevo da riserva. O Viscontini, su cui la Roma non ha puntato».

Rimpianti?

«C'è gente che si è sentita sconfitta, io no. Sono deluso da me stesso, avrei potuto fare meglio. Probabilmente essere di colore ha influito sul mio rendimento: inconsciamente lo soffrivo, anche se dicevo che non mi interessava. Avrei dovuto credere più in me stesso: lo sto facendo ora con la musica».