Interviste

ESCLUSIVA - Desideri: «Gasp può farcela»

L'ex giallorosso in un'intervista a Il Romanista: «La Roma ha un grande allenatore: Champions alla portata, ma a patto di battere subito il Pisa. Milano solo un brutto episodio»

(MANCINI)

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
10 Aprile 2026 - 07:00

«Il mare mi piace moltissimo, ma una corsa sotto la Sud dopo un gol è un’emozione indescrivibile». Si divide fra due amori Stefano Desideri, ma la gerarchia è chiara. Anche ora che il campo è un ricordo lontano e la pesca d’altura un passatempo che coltiva con passione. Perché prima che un ex, è un tifoso romanista. E dopo essere stato calciatore, allenatore e dirigente, tifoso è rimasto. Tanto da usare ancora la prima persona quando parla della Roma: «Battiamo il Pisa e ci rimettiamo in corsa per il quarto posto» ci dice, usando il “noi” lungo tutto l’arco della chiacchierata.

Milano resta solo un episodio allora?

«Penso e spero di sì. Siamo stati sfortunati in quel secondo gol subito, fosse finito il tempo un attimo prima credo che la gara avrebbe preso una piega diversa».

Dalle tue parole trapela ottimismo.

«Non mi scoraggerei. Non sono mai partito sconfitto da giocatore, non vedo motivi per farlo ora».

Nemmeno le assenze?

«Oggi quelle che pesano di più sono di Wesley e Mancini. Ma leggo che possono tornare a breve».

E il calendario?

«Lo vedo in discesa, a parte le insidie che comporta il derby. Lo scontro diretto con l’Atalanta mi sembra lo scoglio più duro. Ma prima battiamo il Pisa».

Coi toscani c’è un precedente toccante nel gennaio 1991.

«Lo ricordo benissimo, all’indomani della morte del Presidente Viola: non giocai, ma ero a bordo campo per omaggiare un uomo immenso. Testa e gambe di tutti erano bloccate, perdemmo ma non fu una partita».

Quella stagione fu travagliata, ma si concluse con due finali.

«Eravamo una squadra battagliera e orgogliosa: in Coppa Uefa ci davano tutti per spacciati già al primo turno col Benfica, invece fu un percorso sensazionale».

Concluso a un passo dal trofeo.

«Lo avremmo meritato, la doppia finale con l’Inter resta un grande rimpianto. Ma prendemmo una bella rivincita con la Coppa Italia».

Che qualcuno oggi snobba...

«Non so perché succede, ma mi sembra assurdo. Noi ci tenevamo moltissimo, era un traguardo anche per la società».

Quella coppa è stata un trampolino di lancio per molte carriere, compresa quella di Desideri.

«Ne ho vinte due, in una segnando anche in finale. Successo fantastico quello, eravamo una squadra di ragazzini da poco usciti dalla Primavera. Molti di noi diventarono titolari dopo quel trionfo».

Con Eriksson.

«Gli devo tanto, ma non è il solo grande allenatore che ho avuto».

A partire da Liedholm.

«Personaggio fantastico il Barone, insegnava tanto a noi giovani anche fuori dal campo. E poi Radice, un uomo eccezionale, in poco tempo riuscì a portare tutto lo spogliatoio dalla sua parte: per lui davamo il 101%. E ancora Zaccheroni a Udine, grande innovatore. Parlare bene di loro è banale».

Per parlare male di qualche tecnico citiamo Suarez?

«Allora, il rapporto non era idilliaco, ma se ti riferisci all’episodio di Napoli successe che entrai, al primo pallone toccato segnai e sfogai un po’ di nervosismo “romano” verso di lui (ride, ndr). Ma poi tutto si è ricomposto».

Annata poco fortunata a Milano.

«Io volevo restare a Roma ovviamente, ma all’epoca i calciatori non avevano molta voce in capitolo e al Club servivano soldi.  Inter e Juventus acquistarono insieme il mio cartellino. Pensavo che avrei trovato Trapattoni, invece lui andò alla Juve e in cambio i nerazzurri mi riscattarono. Prima Orrico, poi Suarez: fu una stagione difficile per tutta la squadra».

Mentre a Roma c’era Ottavio Bianchi, non troppo gradito alla piazza.

«Non era un carattere così malleabile, anzi era un po’ duro e ci furono problemi con diversi giocatori, ma in campo sapeva esattamente cosa fare: con lui disputammo tante partite di alto livello, con fantastici percorsi nelle coppe. Mi viene da ridere a pensarci ora...».

A cosa?

«Qualche anno dopo, a carriera finita, incontrai mister Bianchi e mi rivelò che se all’epoca non avesse utilizzato quella strategia, lo avremmo “mangiato”. Aveva trovato la chiave per pungolarci e farci dare il massimo, anche se a volte eravamo arrabbiati».

Ha punti in comune con Gasperini?

«Il paragone non è così azzardato. Un po’ lo rivedo in lui, a partire dalle conferenze senza peli sulla lingua. Stimo molto Gasp, mi diverto a vedere le sue squadre».

Anche la Roma attuale?

«Ma certo. Stiamo attraversando una fase di difficoltà, eppure ho visto bellissime partite giocate da questa squadra, mentre sento enfatizzare soltanto i ko. Quelli capitano, magari qualcuno in meno e qualche pareggio in più ci avrebbe giovato, ma sono fiducioso».

La carriera di allenatore avrebbe potuto essere anche la tua.

«Ci ho provato qualche anno fa, ma ho capito subito che dal punto di vista caratteriale non sarebbe stata la mia strada».

Perciò dirigente?

«L’occasione è arrivata sotto la gestione Rosella Sensi: qualche tempo in prima squadra, di più al settore giovanile. Le altre sono state esperienze secondarie rispetto a quelle coi colori che amo».

E coi ragazzi sono arrivate diverse soddisfazioni.

«Bello vedere tanti giovani crescere, esordire, diventare professionisti affermati. E con un maestro come Bruno Conti accanto».

Ti stupisce il suo possibile addio?

«Se così fosse, un po’ sì. Non so di chi sia eventualmente la scelta, ma dico che la storia va rispettata sempre. Di ottimi giocatori il vivaio con Bruno ne ha sfornati tanti: quando lavoravo con lui ricordo Politano, Pellegrini, Frattesi, Calafiori e tanti, tanti altri».

Ne riprenderesti qualcuno?

«Dipendesse da me, tutti. Avere giocatori che tengono alla maglia è un valore aggiunto».

Eppure i romani non sempre hanno vita facile nella Roma.

«Lo so bene, succedeva anche ai nostri tempi, è successo perfino con giganti come Totti e De Rossi. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto, un malcostume della città. Guarda con Pellegrini...».

Lorenzo va confermato?

«Per me senza dubbio. A chi lo vorrebbe via da qui dico: portatemene uno più forte, più giovane, che guadagna meno e ne discutiamo. E aggiungo che conoscendolo sarebbe il primo a farsi da parte, per il bene della Roma. Ma tanto non ne trovate uno così».

Come uomo o calciatore?

«Entrambi. Arrivare ai suoi numeri non è da tutti e se pensiamo che quei traguardi li ha raggiunti anche da contestato... Quando giochi lo senti il peso, fidati».

E Desideri si fida della Roma?

«Io sono sempre stato positivo, pure da tifoso. Le battute d’arresto me le faccio scivolare, sono già il passato. Lotteremo fino in fondo. Giochiamoci le nostre carte, ma è fondamentale vincere col Pisa».

Il Pisa è stato crocevia anche per te, Righetti e Impallomeni, oggi colonne di Radio Romanista.

«Il vero Eriksson era Stefano, per come lo imitava. Faceva Sven quasi meglio dello stesso Sven. Voglio bene e stimo entrambi».

Tanta Roma. Ma hai un’altra grande passione.

«Sì, la pesca d’altura. Vado a pesca fin da piccolo e ora che ho tempo me la godo. Ho fatto anche qualche campionato, ma resta soprattutto uno splendido passatempo per chi come me ama il mare».

Meglio il mare o il campo?

«Sono le mie due più grandi passioni. Meglio il campo, fino a quando ce l’ho fatta fisicamente».

Il campo da giocatore, da allenatore o magari da dirigente?

«Impossibile paragonare qualsiasi emozione a un gol sotto la Sud».

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