"Il calcio femminile è da lesbiche". "Le donne non sono abbastanza forti". "Per natura preferiscono la danza". Questi sono solo tre dei milioni di pregiudizi che circolano sull'argomento. Eppure. Eppure quello che serve per giocare a calcio è un armamentario piuttosto rudimentale: due gambe, due polmoni e un cuore. Un paio di scarpini. Una palla. Una squadra. Niente più di questo. Cos'è che manca alle donne di tutto ciò per essere davvero coinvolte nel gioco più bello del mondo? Non è una domanda retorica. Qualcosa di quest'elenco manca davvero. Ma ci arriveremo alla fine.  

Prima facciamo un passo indietro, al 2002. Il film "Sognando Beckham" dà letteralmente un calcio a tutti i pregiudizi citati. Per chi non l'avesse visto: si tratta della storia a lieto fine di una ragazza indiana che, grazie all'aiuto di un allenatore che crede in lei e di una ragazza inglese che per prima ne scopre il talento, entra in Nazionale. Il suo amore per il calcio e la capacità di chi ha più diritti di lei (l'uomo, l'inglese) di tenderle una mano vinceranno sui pregiudizi della famiglia bigotta. I tempi per un messaggio del genere in Italia mi sa che nel 2002 non erano troppo maturi; tant'è che il titolo originale, "Bend it like Beckham" (un incoraggiante "Calciala come Beckham") è diventato quello che tutti conoscono. "Sognando Beckham". Un po' ambiguo come nome, soprattutto considerato che nel film l'unico a sognare Beckham… è un maschio! Jasminda non sogna il calciatore, semmai sogna di essere il calciatore. Anzi, la calciatrice. Ah - dirà qualcuno - ma lei è indiana. Nel nostro Paese non avrebbe problemi. Del resto la Costituzione parla di uguaglianza, di pari opportunità. Mica come loro, o come le arabe con il burqa. Giusto? Forse no. Noi questa domanda ce la siamo fatta: che succederebbe se il film fosse ambientato in Italia? Magari proprio a Roma. Facciamo che il film si chiama "Sognando Totti", che suona meglio a prescindere. Facciamo pure che è una storia vera. Ce l'ha un lieto fine, o no?

Lo stesso sogno di Francesco

Lei si chiama Ilaria Capparella, ed è nata nell'89 a poche centinaia di metri dal suo mito, Francesco Totti. Stessa città, stesso quartiere. Stesso sogno. No, a Ilaria non frega proprio niente di accudire bambolotti. O di quegli assurdi trucchi giocattolo che hanno inventato per le bambine. Non le importa nulla del dolce forno, e neanche del balletto. Fin da subito passa le ricreazioni a giocare a pallone con i suoi compagni maschi. Le altre bambine la lasciano fare, non hanno interesse a farla sentire inadeguata, sbagliata. Quella lì è una cosa da adulti. Ed effettivamente la prima a dire a Ilaria che non può essere com'è, è un'adulta. Una donna. Sua madre. Una persona splendida, per inciso, semplicemente inserita in una società che le ha insegnato che le donne non giocano a calcio. Che non si sporcano. Che non dicono le parolacce neanche se il tiro va male. Per cui, esattamente come la madre dell'indiana Jasminda nel film, anche la mamma di Ilaria intraprende una crociata per tenere la figlia lontana dal pallone, come ci racconta: "Ricordo che mi fece fare i peggio sport in quella fase, purché non giocassi a calcio. Ho fatto anche danza… ero una paffutella in mezzo a tutte queste bambine troppo magre e con la puzza sotto al naso". 

Ride di cuore mentre lo dice. Prendere in giro quelle ragazzine esorcizza la sensazione di diversità, di inadeguatezza, che provava in quell'ambiente. Ma un giorno il destino entra a gamba tesa, e la piccola Ilaria viene finalmente vista da qualcuno. Per quello che è, non per quello che si suppone che debba essere. E, se in "Sognando Beckham" a tendere la mano alla protagonista è un'altra ragazza, in "Sognando Totti" è un uomo. Lei lo racconta così: "Un bel giorno un carissimo amico di famiglia, Alfredo Fornacini, mi regalò il mio primo paio di scarpini. Con quelli mi portò a fare il mio primo provino all'interno di una società maschile". Ilaria fa questo provino alla Lodigiani, all'epoca società molto prestigiosa. "I can have only one chance, but I can make an explosion" dice una canzone. Ed è proprio questo che accade: Ilaria ha solo una possibilità, ma le basta per esplodere. Non aspettava altro, del resto. "Mi presero e nemmeno capirono che ero una femmina… avevo i capelli corti corti e sembravo uno di loro (no, Ilaria non è la Mulan del calcio, che si mascherava per combattere: le bambine fino a 14 anni giocano in squadre miste, ndR). Se ne accorsero solo più tardi, quando sentirono urlare mia madre dagli spalti: "Forza Ilariaaaaaa!". Sarà proprio sua madre a supportarla, credendo in lei con amore, dopo questo episodio.

Dal campo al ristorante

"All'età di 9 anni ho iniziato a giocare nell'Almas Roma, una società maschile. Poi mi sono trasferita al G. Castello per l'ultimo anno in cui rientravo tra i maschi. Dopodiché mi hanno presa alla Roma femminile, e già a 14/15 anni militavo in serie B. In poco tempo sono arrivata fino alla serie A". Eccolo qui: tutti lo aspettavano, tutti ci speravano. Il lieto fine. Squadra che vince, fischio di fine partita e tutti negli spogliatoi. Già, peccato che non sia andata così. Eccolo, il vero finale della storia di Ilaria. "All'età di 19 anni mi sono data al calcio a 5 perché meno impegnativo. Anche qui ho giocato fino ai 25 anni in serie A. Poi ho appeso gli scarpini al chiodo, perché la mia passione non mi dava da vivere". Nel calcio maschile c'è chi non solo con la stessa passione si guadagna la pagnotta, ma va ben oltre, vivendo nel lusso. Per le donne, a parità d'impegno (per non parlare dell'amore che devi avere per intraprendere uno sport che ti condannerà a essere oggetto dei pregiudizi perfino di tua madre), la carriera calcistica non è neanche considerata una carriera. È un hobby. E come tale (non) è pagato. Ilaria oggi lavora al ristorante di famiglia e serve i clienti col sorriso, con umiltà, con amore. Sembra tutto tranne che una che è stata costretta a rinunciare a un sogno perché non poteva permetterselo economicamente, e se fosse stata un maschio non avrebbe avuto questo problema. No, Ilaria non è una vittima. Lei è una sportiva. Una tosta. Una che sorride, che guarda oltre i problemi. Eppure. Eppure ti rode sentirla raccontare. Ti sa d'ingiustizia.  

Tacchi? No, tacchetti

Due gambe, due polmoni e un cuore. Un paio di scarpini. Una palla. Una squadra. Questi gli ingredienti del calcio. Apparentemente poca roba. Quindi: cosa ci manca? Cosa ci impedisce di avere il nostro lieto fine? Gambe, polmoni e cuore li danno a buon mercato un po' a tutti dalla nascita. E non è manco la palla il problema, si trova. Ecco, gli scarpini sono già una cosa più complicata. Non perché costino tanto, ma perché nelle favole le scarpe destinate alle femmine hanno i tacchi, sono di cristallo e servono a rimorchiare principi un po' troppo in fissa coi piedi. Dura essere se stesse o permettere a tua figlia di esserlo, con queste aspettative millenarie sul groppone. E la squadra? Eh. Intanto tocca capire che significa "squadra". Di sicuro vuol dire non vedere le altre sempre come papabili avversarie. Vuol dire accettare la propria unicità e quella altrui. Squadra vuol dire imparare a non imporre le proprie vedute, ma anche evitare di lasciarsi sopraffare da quelle degli altri. Squadra è diverso da squadrismo: si fa con qualcuno, non contro qualcuno. Così, magari succederà come nella storia di Ilaria, e sarà proprio un grande uomo, un uomo generoso e onesto a fare squadra con noi. A regalarci degli scarpini. Metaforici, s'intende. Perché le scarpette di cristallo saranno anche scenografiche… ma vuoi mette' una che te sa fa' er cucchiaio? Eddaje, no? Fino a quel momento… "Sognando Totti"