E pensare che eravamo anche pronti a scavalcare. Sarebbe stato un po' tornare indietro di qualche anno, a trasferte come quelle di Perugia o Siena, quando i biglietti del settore ospiti andavano a ruba, e allora si partiva comunque. Invece per entrare al Flaminio è bastato camminare lungo viale Tiziano, mescolarsi alla gente che affollava il mercato settimanale che ogni martedi stende i suoi banconi nel piazzale antistante l'impianto, e spingere un grande cancello verde. Unico ostacolo le sterpaglie, che hanno reso un po' complicato l'ingresso. che è tuttavia aperto. Poche decine di metri tra rami e cespugli, materassi e perfino due cuscini ammuffiti ed ecco apparire il campo da gioco, lato destro della Tribuna Autorità. Anche qui, solo una rete metallica già divelta, e solo da aggirare, per arrivare su quello che una volta era il manto erboso. L'occhio va subito in direzione dell'ormai immaginaria porta nella quale Voeller, di testa su cross di Giannini, infilò la porta di Orsi nel mitico derby del 18 marzo 1990. Uno a zero per noi e Di Canio in lacrime a fine partita. Era la Roma di Radice e la Lazio di Materazzi. Oggi di tutto ciò non c'è più traccia. In mezzo al campo, all'altezza dell'entrata degli spogliatoi, addirittura un carretto di legno. Dove c'era il parterre, cumuli di rifiuti e il tanfo emanato da mucchi di escrementi.

Gli unici segni di una contemporaneità ormai svanita sono dati da ciò che resta dei pannelli del 6 Nazioni di rugby. Attraversiamo la vetrata frantumata e, direttamente dal campo, entriamo nell'area vip dello stadio, nella sala intitolata a Emanuele Fornario, presidente fondatore dell'Accademia romana di scherma: dietro al bancone dell'accoglienza cumuli di vestiti, una scarpa da donna ormai consumata e fili scoperti. Dietro, nei locali di servizio, addirittura due riflettori e ciò che resta delle cabine elettriche dalle quali, un tempo, si governava l'illuminazione dell'impianto. Per salire in tribuna è sufficiente spingere (coi piedi, meglio) una porta a vetri e farsi spazio tra rifiuti di ogni tipo. Le scale sono invase da polvere, escrementi di piccioni e, anche qui, vestiti. Una volta arrivati in cima alla tribuna autorità il Flaminio, chiudendo gli occhi, si mostra in tutto il suo splendore: l'orologio del tabellone dal fascino retrò, stile Subbuteo, è però fermo alle 5.40 di chissà quale giorno del passato.

Potrebbero anche essere le 5.40 del 12 marzo 2011 quando sul prato del Flaminio si è svolto l'ultimo grande evento sportivo: l'Italia di rugby centrò una storica vittoria, attesa ben quattordici anni, contro la Francia. Da allora il lento abbandono che sta attraversando, oggi, la terza amministrazione comunale: Alemanno prima, Marino poi, Raggi ora. E pensare che per riportarlo ai fasti della Roma olimpica, del boom economico e della Dolce Vita basterebbero appena 6 milioni di euro, secondo quanto emerso dall'ultima perizia effettuata dal Tribunale di Roma, su richiesta del Comune, perché quantificasse i danni. Era l'inverno del 2016 e alla guida del Campidoglio c'era il commissario Francesco Paolo Tronca. Fu il primo, e a oggi unico concreto, tentativo di andare verso una soluzione. Eppure del recupero del Flaminio hanno parlato tutti: il primo, nel gennaio 2012, fu l'allora sindaco Gianni Alemanno che, in sede di presentazione del Sei Nazioni di rugby 2012, promise «in due stagioni» la disponibilità del «nuovo stadio Flaminio allargato come grande struttura del rugby in città». Poi, estate 2013, fu il turno di Luca Pancalli, assessore allo Sport della Giunta Marino: «Lo prenda in gestione la Federcalcio» per farne «la casa del calcio giovanile». Il progetto, presentato in Giunta con una delibera nel febbraio 2014, non partì mai e a dicembre dello stesso anno la Federcalcio riconsegnò le chiavi dello stadio al Comune. A maggio del 2015 il sindaco Marino in persona annunciò l'imminente pubblicazione di un bando rivolto agli imprenditori privati: nessuno si mostrò interessato. Ad agosto scese in campo l'assessore all'urbanistica Giovanni Caudo con la proposta di fare dello stadio un luogo «culturale» per ospitare concerti e fiere, facendo «sistema con il Maxxi e l'Auditorium». L'8 ottobre l'assessore annunciò che, «dopo la verifica economica», il privato si è tirato indietro. E allora «faremo un bando». Qualche settimana dopo la Giunta cadde. Ora è il momento del Movimento 5 stelle: lo scorso agosto la Getty Foundation di Los Angeles, all'interno del programma "Keeping it modern", ha assegnato a Roma Capitale un finanziamento di 161 mila euro per definire fattibilità e costi della riqualificazione dell'intero impianto. «Rispetteremo la vocazione sportiva della struttura» e «non prenderemo in considerazione proposte che dovessero stravolgere la destinazione originaria dell'impianto in direzione di utilizzi commerciali» spiegò l'assessore allo Sport Daniele Frongia.