Duecentoquarantasei partite con la maglia giallorossa: una Coppa Italia messa in bacheca, una finale di Coppa Uefa persa, e un'altra di Coppa Italia non giocata per colpa di una squalifica che a distanza di anni resta ancora avvolta nel mistero. Giovanni Cervone ha sempre impersonato lo spirito romanista: a difesa dei colori giallorossi, a difesa della porta della Roma. Esistono molti modi di fare il portiere. Ci sono quelli che bloccano e quelli che giocano, gli showman e i più sobri, kamikaze e prudenti. Hanno bisogno dell'esperienza quanto dell'agilità e dei riflessi. Cervone incarnava un po' tutte queste caratteristiche. Nove anni passati alla Roma sono stati abbastanza per farlo sentire giallorosso a tutti gli effetti, per legarsi in maniera indelebile alla città così come al popolo di fede romanista. L'Inter gli rievoca ricordi: belli e meno belli. Contro i nerazzurri Cervone giocò l'ultima gara in maglia giallorossa, all'Olimpico finì 1-1, era il 18 maggio 1997. E proprio contro la Beneamata arrivò il maggiore ripianto della sua carriera. «Quella finale a distanza di anni ancora non l'ho digerita - ha dichiarato -, meritavamo di vincere la Uefa, nell'arco dei 180 minuti la Roma era stata superiore. Alla fine pesò la sconfitta dell'andata a San Siro, condizionata da un pessimo arbitraggio: il direttore di gara si inventò un rigore che permise all'Inter di sbloccare una gara che fino a quel momento avevamo controllato. Ricordo con piacere, invece, un successo a San Siro in campionato: vincemmo grazie ad un autogol di Festa ad inizio partita, poi parai di tutto e finì 1-0 per noi».

E domenica c'è Inter-Roma...

«Sarà una partita difficile. La Roma ci arriva dopo un brutto periodo e sicuramente metterà in campo la determinazione necessaria per tornare a fare un buon risultato. Il problema è che lo stesso stato d'animo lo avrà anche l'Inter. Se non si potrà vincere, sarà fondamentale almeno non perdere».

Qual è la reale dimensione della Roma?

«Non voglio andare controcorrente, neanche essere critico, ma sinceramente penso che Juventus e Napoli siano un gradino più in alto. Quando arriva un allenatore nuovo, pur bravo che sia, ha bisogno comunque di un po' di tempo per lavorare e dare la propria impronta alla squadra. La Roma è partita molto bene, poi ha avuto un'involuzione: l'obiettivo deve essere quello della qualificazione alla Champions League. Penso che nell'ultimo periodo la questione dello stadio nuovo abbia un po' distolto l'attenzione dalla questione campo, che da ex calciatore ritengo sia sempre la più importante».

Che Roma si aspetta dopo la sosta?

«Una Roma con Nainggolan. È l' elemento più importante di questa squadra e deve sempre giocare. Ho una mia idea: un calciatore non si punisce non facendolo scendere in campo specialmente se quel giocatore è fondamentale per la squadra».

Come si esce dalla crisi?

«Lavorando. È l'unico modo che conosco. Poche parole, occhi fissi sul campo, testa bassa pensando solo a lavorare: questo è il primo passo per uscire dal momento delicato. Non parlerei di crisi per adesso a patto che si torni da Milano con un risultato positivo».

Parliamo di portieri: Alisson?

«È fortissimo. Con lui la Roma si è sistemata per tanti anni. Già dallo scorso anno lo sostengo: è un grande portiere. Uno vero. Personalmente non ho una grande considerazione, in generale, per i portieri sudamericani, ma lui di brasiliano ha poco da questo punto di vista. Oltre alle qualità tecniche, ha anche uno spessore caratteriale di primissimo piano. È una persona seria e responsabile, è ben voluto dai compagni, sa stare al posto suo, sa guidare la difesa. Poi tra i pali è un mostro. Spero che non venga ceduto. In questi giorni sento parlare di PSG e Real Madrid interessate ad Alisson, è la conferma del suo valore. Ma deve restare. Se la Roma vuole mettere le basi per poter tornare a vincere non può lasciar partire i giocatori più forti. Deve trattenere Alisson a tutti i costi».

Tra gli italiani, dopo Buffon, chi è il miglior portiere?

«Senza dubbio Perin. Ormai è maturato. È un portiere che porta punti alla propria squadra. È il numero 1 italiano più forte, dopo Buffon, più di Donnarumma. Rispetto al portiere del Milan ha fatto un percorso di crescita, è migliorato anno dopo anno e meriterebbe di difendere la porta della Nazionale dopo l'addio di Gigi».

Gigi Radice festeggia 83 anni...

«Gli faccio tanti auguri per il suo compleanno e per la battaglia che sta portando avanti contro i problemi di salute. È una persona stupenda, speciale, gli voglio veramente bene. Un grande allenatore, un uomo molto affettuoso, sempre disponibile. Penso che non esistano calciatori allenati da Radice che non gli siano rimasti legati a livello affettivo».

Francesco Totti?

«Manca e mancherà tanto alla Roma. Sia a livello di campo sia a livello di carisma. Spero che al più presto emerga qualche ragazzo che possa ripercorrere la sua strada. Seguo la formazione Primavera: mi piace molto Antonucci, è davvero bravo. Oltre a lui ce ne sono altri. È un segnale importante, significa che a livello si settore si continua a lavorare molto bene».

La Var?

«Considero importante la sua introduzione, ma c'è un problema: è sempre l'arbitro che decide. E le squadre che erano favorite senza Var, lo sono anche adesso con la tecnologia».

Damiano Tommasi?

«La sua elezione farebbe bene alla Federcalcio. È una persona pulita, schietta, ma la politica è un mondo difficile. Dubito che gli permettano di cambiare il calcio come lui desidera e tutti noi vorremmo».