Sostiene José che in attacco funziona più o meno come in amore e in guerra, dove tutto (o quasi) è lecito se alla fine si raggiunge l'obiettivo. L'annosa diatriba fra sostenitori dei centravanti che lavorano per la squadra a discapito dello score personale; e apologeti dei killer d'area di rigore, è risolta con sano pragmatismo di stampo mourinhano. A Talksport, l'emittente inglese che si fregia della collaborazione dello Special One per commenti di lusso sugli Europei, il neo-tecnico della Roma ha rivelato il proprio pensiero. Chiamato in causa sulla stretta attualità riguardante il debutto dell'Inghilterra, Mou ha compiuto un rapido excursus sul proprio recente passato, ma con lo sguardo rivolto all'imminente futuro. «Ci sono quegli attaccanti che quando non segnano, continuano comunque a giocare per la squadra. Kane è uno di questi. Sul gol di Sterling, pur non toccando il pallone, ha fatto metà del lavoro. Se pensate a Rooney, lui era un numero 10 ma a volte faceva anche il centrocampista: questi ragazzi hanno di più che la sola finalizzazione». Il riferimento è ai due più forti centravanti dei Tre Leoni nel terzo millennio, che guarda caso sono stati anche fra gli ultimi di una straordinaria batteria di punte avuta a disposizione da Mourinho nei suoi vent'anni di carriera ai massimi livelli.

Da Drogba e Sheva a Eto'o e Milito, da Benzema e Ronaldo a Diego Costa, Ibra e appunto i due britannici citati, il portoghese ha allenato ogni genere di centravanti: atipici, potenti, agili, tecnici, di manovra, rapinatori d'area. L'unico punto che accomuna tutti è la classe sopraffina. Quando una punta è forte, può fare il bene della squadra in ogni modo possibile. Anche se sembra pensare soltanto al proprio. «Il problema con gli attaccanti egoisti è che quando non segnano non fanno nulla», la spiegazione di Mou, con una postilla che però fa tutta la differenza del mondo: «Trovatemi un attaccante egoista in grado di realizzare trenta gol e lo metto nella valigia per Roma».

Non ne esistono tanti capaci di raggiungere tali cifre nell'arco di una stagione: quelli fatti e formati, chi ce li ha se li tiene stretti o li vende a peso d'oro. A meno di puntare su qualche giocatore in rampa di lancio, pronto a esplodere definitivamente. Come con Drogba, prelevato dal Marsiglia all'emanazione dei primi sprazzi di classe, nel primo avvento dello Special One alla corte di Abramovich. Proprio l'ivoriano è uno dei modelli di riferimento di Patson Daka, punta ventiduenne del Salisburgo, zambiano di nascita ma cresciuto calcisticamente in Austria. E soprattutto nel mirino di Pinto. Può essere ancora acquistato a un prezzo abbordabile e se le pretese di Cairo per Andrea Belotti non dovessero calare da qui a fine Europeo, il giovane africano potrebbe diventare il primo obiettivo romanista lì davanti. Nelle ultime due stagioni ha realizzato prima 27 e poi 34 gol, pur essendo capace di svariare su tutto il fronte offensivo e lavorare anche per i compagni. Mirabile sintesi delle due tipologie di punte su cui si è soffermato Mourinho.

Il neo-tecnico giallorosso ne troverà un'altra a Roma che pur non avendo nel killer istinct la sua dote principale, è sul podio dei bomber del club di ogni epoca. Edin Dzeko è però anche uno straordinario regista offensivo, capace di mettersi al servizio della squadra con fisico e tecnica. La probabile permanenza sua come di Borja Mayoral - più propenso alla profondità e a farsi trovare sotto porta - lascia spazio a un terzo possibile compagno. L'identikit lo ha fornito Mou.