Roma-Spal è la partita di Federico Aldrovandi. Da un lato la squadra della città in cui è nato e in cui quattro agenti in divisa lo hanno ucciso senza un motivo. Dall'altro Roma, il luogo dove in un'aula di tribunale la lotta dei suoi genitori per la verità ha finalmente ottenuto un riconoscimento. Roma-Spal è la partita di Federico anche perché l'anno scorso divenne tristemente famosa per il divieto d'accesso imposto alla bandiera con il suo volto, portata da Ferrara dai tifosi spallini. Ed è proprio il papà Lino a ricordarlo a Il Romanista: «Quel drappo di stoffa non è un'offesa verso nessuno. È una forma umana di esprimere non il colore della propria squadra, ma quello della vita. È il rispetto verso un ragazzo ucciso senza una ragione una maledetta domenica mattina. Quando per la prima volta vidi quella bandiera mi si aprì il cuore. Io l'ho sempre intesa come un segno di pace. La presenza del suo volto farebbe bene anche all'immagine della polizia, ma da parte di alcuni a volte si continua a cercare di mettere la polvere sotto al tappeto».

Quel divieto, però, divenne un boomerang, e grazie alla campagna #FedericoOvunque in ogni stadio d'Italia apparve uno stendardo. Anche all'Olimpico. «Questa immagine fa capire che dentro al petto dell'avversario batte sempre un cuore», continua papà Lino, che insieme a mamma Patrizia ha lottato contro la solitudine, contro l'omertà e contro i depistaggi durante il processo. Per i tifosi della Roma ha un pensiero speciale: «Li ho conosciuti qui a Ferrara: l'anno scorso i Fedayn hanno portato dei fiori giallorossi sul luogo dove fu ucciso. Non posso che ringraziarli infinitamente, hanno dimostrato di avere un grande cuore. Spero che il volto di mio figlio possa entrare all'Olimpico, per crescere tutti».

Lino e Patrizia hanno risposto a una mail inviata dalla redazione de Il Romanista all'associazione che porta il nome di loro figlio: «Serve a parlare di queste tragedie, a "stare sul pezzo" e a creare dibattito a riguardo. Come Federico ci sono le storie di Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva... Parlandone si cerca di responsabilizzare gli alti vertici. Anche se non è che negli ultimi anni ci siano state grandi prove di distensione». Come è accaduto con gli attacchi e le strumentalizzazioni al film sulla storia di Stefano Cucchi. «Una cosa che mi è balzata al cuore guardandolo è stata la solitudine in cui le istituzioni avevano lasciato i genitori di Stefano e la sorella. Lo abbiamo vissuto per tre mesi anche io e Patrizia: Federico fu ucciso nel settembre 2005 e fino a gennaio ci fu il silenzio assoluto. Poi l'idea di aprire un blog cambiò tutto». Adesso Federico sventola ogni domenica al Mazza o in qualche stadio d'Italia: «Non era tifosissimo. Ma sapendo di questo mio amore, quando veniva a casa la domenica mi chiedeva "Cosa ha fatto la Spal?". E ripensandoci, quella domanda me la faceva solo quando la Spal aveva vinto».