Generazioni di fenomeni. Rigorosamente al plurale, reso inevitabile dai due decenni in panchina. Ma col prologo che è già indicativo della storia binaria fra José Mourinho e i favolosi attaccanti che ne hanno scandito i successi. Nella sua prima vera esperienza nel grande calcio - sia pure da vice di Robson - incrocia il Fenomeno. Rigorosamente al singolare e maiuscolo. Il Barcellona di Guardiola e Luis Enrique (giocatori) è guidato dal tecnico inglese, che si avvale da qualche anno della consulenza di quel giovane portoghese, già con parvenze di navigato quanto glam. I blaugrana hanno tutta l'intenzione di rinnovare i fasti del Dreamteam di Cruijff e puntano sull'astro nascente del calcio, che è già stella abbagliante: Ronaldo incanta e segna a raffica, la squadra è regina di coppe ma in Liga deve inchinarsi agli eterni rivali allenati da Capello.

All'alba del terzo millennio Josè balla da solo. Lo fa in patria, e dopo la breve parentesi al Benfica gli tocca ricominciare dal basso. Nell'União Leiria però spicca il volo e allena il brasiliano Derlei: non un colosso, ma punta rapida e tecnica. Quello che ci vuole anche salendo di livello. Se lo ritrova l'anno dopo al Porto e insieme vincono Coppa Uefa (con reti proprio dell'attaccante in finale) e Champions in due stagioni. La consacrazione internazionale di Mou induce Abramovich ad affidargli una squadra dalle altissime ambizioni: nessuno meglio del portoghese sa come soddisfarle e mentre il magnate russo fa incetta di campioni, il tecnico concentra la sua richiesta principale in quel centravanti ivoriano affrontato pochi mesi prima in Europa. Nelle prime due stagioni ai Blues Drogba non segna moltissimo, ma il portoghese ne apprezza generosità e carisma, oltre all'indubbia classe. Gli affianca prima Shevchenko, Crespo e Anelka, fedele alla linea di almeno due centravanti top in rosa. L'esplosione arriva nell'anno 3 dell'era JM, ma le sue 33 reti non bastano a conquistare la terza Premier consecutiva. Il legame fra i due non si spezza quando il tecnico lascia: nella seconda esperienza al Chelsea lo rivorrà con sé, a 36 anni suonati.

Altro giro, altra corsa: a Milano appare chiaro fin da subito che il neo-allenatore non è «un pirla». Anche a Sua Maestà Ibrahimovic, che Mou convince a restare in campo nonostante gli screzi con Balotelli, nell'ultima di un campionato vinto agevolmente: c'è il titolo di capocannoniere ancora in ballo e alla fine lo svedese lo dovrà al tecnico. Il secondo anno però si punta ancora più in alto: Mourinho immola proprio Ibra all'altare di Eto'o, cui però chiede di sacrificarsi da esterno. Il ruolo di centravanti è affidato al 31enne Milito, proveniente dal Genoa. El Principe ringrazia con 30 gol e i celeberrimi tre titoli. Dopo il trionfo del Bernabeu Mourinho resta a Madrid. L'era Raul è finita, Ronaldo si riappropria della 7, ma il tecnico ne intravede le straordinarie capacità realizzative e chiede al centravanti di ruolo Benzema di fargli da scudiero. Detto fatto: CR7 raddoppia i suoi score arrivando ai numeri marziani di Messi, la coppia mette insieme qualcosa come 246 gol nel triennio mourinhano. Ma il feeling col Real non è scattato e JM torna all'antico amore in blu. Col ritrovato Eto'o c'è Fernando Torres, entrambi in fase calante e allora chiede e ottiene Diego Costa, archetipo dell'attaccante cattivo e famelico, con cui rivince la Premier.

L'anno dopo torna in pista con lo United dove oltre a Rooney ritrova sulla sua strada Ibra. Con Depay, Martial, Rashford e Mkhitaryan l'attacco è super ma il campionato deludente. A fine stagione però arriva l'Europa League, che rinnova le ambizioni di Ferguson e in estate porta in dote le future punte dell'Inter di Conte, Sanchez e Lukaku. Il colosso belga era stato solo sfiorato da Mou al Chelsea, che lo aveva acquistato ancora giovanissimo senza mai crederci troppo. Ma nei Red Devils esplode definitivamente sotto la guida del portoghese. L'ultima tappa in Inghilterra è al Tottenham, casa Kane: due stagioni insieme, entrambe incomplete, ma che bastano a far entrare Mou nel cuore del più british dei bomber, come da candide ammissioni. Ennesimo fuoriclasse della sua collezione di "9" da urlo. Adesso tocca a Dzeko, che fra i grandi centravanti del terzo millennio siede di diritto. Così come fra i campioni romanisti. Ma nessuno meglio di JM sa condurre gli attaccanti dalla storia alla leggenda.