Talmente orribile da sembrare surreale. «Ma che è uno scherzo?», è stato il primo pensiero. Uno di quelli che collegano mente e bocca senza preavviso, quando la forza dirompente dell'evento appena verificato supera di gran lunga l'elasticità dell'immaginazione. Proprio come tifosi di altre squadre ne sono stati travolti il giorno dell'annuncio di Mourinho alla Roma, se lo saranno chiesto molti dei romanisti rimasti attoniti nell'assistere a quel primo tempo osceno di La Spezia. Con qualche differenza sostanziale. La prima congenita, che segna la linea di demarcazione eterna e invalicabile fra chi ha scelto la parte giusta e tutti gli altri. La seconda più legata alla contingenza: quella prestazione ai limiti dell'inverosimile nella sua bruttezza, resta confinata a un capitolo che si è chiuso domenica scorsa. Stagione archiviata con molte più delusioni che soddisfazioni, e ultimo atto che ne è stato specchio fedele: frutto di un approccio sbagliato, sofferto e con l'obiettivo minimo arrivato in prossimità del gong. Da ieri però si è aperto un capitolo nuovo. Anzi, un altro libro per il peso specifico che porta con sé. Mattone per tutti coloro che sono altro da noi. Durissimo da digerire già soltanto a un primo sguardo verso la copertina: lo certificano le reazioni scomposte e isteriche di personaggi che certo non hanno a cuore la Roma, ma proprio non riescono a nascondere le proprie tendenze voyeuristiche quando si tratta di Lei.

Problemi loro. Da queste parti si guarda al futuro con rinnovata fiducia. Senza voli pindarici e per ora anche con poco spazio ai sogni, che semmai arriveranno dopo. Ma con l'indiscutibile fremito che provoca una rivoluzione di tale portata. E se stravolgimento dev'essere, che lo sia nel profondo. A partire dalla testa di chi indosserà i colori amati. Mai più approcci sbagliati. Mai più mollezza. Mai più snobismo (e di che poi?). È proprio la Conference League il terreno di caccia in cui ritirare fuori quella visceralità che appartiene alla Roma almeno dai tempi di Testaccio. Sì, anche col suo format da terza coppa, i suoi stadi di periferia e i suoi club semi-sconosciuti. E che la Roma sia testa di serie numero 1 dev'essere un orgoglio, certo non un motivo di scherno. Ancora meno se auto-flagellante. Eppure nella settimana che ha preceduto l'ultimo turno di campionato si è sentito tanto parlare sprezzantemente della competizione, quasi fosse una diminutio, o peggio una vergogna, arrivare a disputarla. Magari dagli stessi che si lamentano dei mancati trofei. Quando invece è proprio il torneo adatto a una squadra sanguigna. A una sua ripartenza vera. Da zero. Con la necessaria umiltà. E al di là dei discorsi riguardanti la bacheca, dove nessuna coppa è mai di troppo. Nessuna, mai, in alcun posto: provate a visitare i musei di Barcellona e Real Madrid per avere prova della considerazione che i colossi planetari nutrono per ogni singola vittoria. Perché la famosa mentalità vincente, questo mostro mitologico che riempie bocche e fa spendere inchiostro senza però mai svelarsi, si crea così. Dal basso. Lottando.