Il curioso caso di Javier Pastore è figlio della parabola innescata dai suoi primi tre mesi romanisti. Un nastro riprodotto al contrario, un libro letto dall'ultima pagina. Il paradosso è che si tratta di una storia ancora all'inizio, da qualsiasi visuale la si osservi. Arrivato nella Capitale con le stimmate del campione, accolto come il fantasista che mancava, nel giro di poche settimane il suo indice di gradimento sembra aver imboccato una strana - e pericolosa - curva discendente.

Complice l'inizio di stagione non all'altezza. Ma più da parte della squadra che del Flaco. Che anzi è stato protagonista spesso positivo nelle partite che ha disputato, prima che un fastidioso infortunio gli precludesse parte delle gare che hanno caratterizzato la risalita della Roma. Due gol quasi in fotocopia, entrambi all'Olimpico, di tacco, nella stessa porta. Sotto la Nord, proprio dove Lorenzo Pellegrini - dopo averlo sostituito - lo ha imitato nel derby, gettando nel panico gli ospiti di quel settore per l'occasione. Due reti a ritmo di tango a marchiare altrettanti match, anche se agli antipodi: quello sofferente con l'Atalanta e l'altro vinto in scioltezza contro il Frosinone.

Prima e dopo, ci si è messo di mezzo il maledetto polpaccio. Anzi, entrambi. Uno durante la pausa settembrina del campionato; il secondo proprio nel corso della sfida più sentita (quando stava comunque ben figurando), che gli ha sottratto il resto delle partite giocate fino a questa seconda pausa. Doppio piccolo ma antipatico infortunio, che lo ha depredato anche delle due sfide di Champions: al Bernabeu e in casa contro il Viktoria Plzen. La seconda proprio sul più bello. Quando Di Francesco ha trovato l'assetto tattico che ha cominciato a far volare la squadra, dopo quell'inizio così stentato. E che guarda caso è imperniato proprio sulla figura del trequartista.

Ruolo che dopo l'exploit nel derby (e le successive convincenti prestazioni) sembra cucito su misura per Lorenzo Pellegrini, con la sua interpretazione da incursore. Ma i tocchi di classe di Pastore, le sue capacità di imbeccare gli attaccanti, possono essere altrettanto importanti per la Roma. Che con i due giocatori ha a disposizione un'ulteriore ricchezza tecnica, non certo un problema. Profetiche in questo senso le parole di Capitan De Rossi durante l'estate dagli Usa, quando già qualcuno ventilava difficoltà di gestione dell'argentino. «Non entro nel merito sul suo ruolo - chiarì il numero 16 - Ma penso che la maggior parte dei calciatori con la qualità e il talento di Pastore, e vi assicuro che ce ne sono pochi, possono adattarsi in ogni ruolo. Mi preoccupano poco i giocatori così forti e intelligenti».

L'amaro del caso (che non c'è) rifiutato con sacrosante argomentazioni e rispedito al mittente, direttamente dal più rappresentativo del gruppo. D'altra parte il Flaco è riuscito a restare sette stagioni in quella perenne vetrina di fuoriclasse che è il Paris Saint-Germain, riuscendo a collezionare anche diciannove trofei. Uno così, con il suo talento, i suoi numeri, non può essere un problema. Mai. Tantomeno per chi ha ambizioni elevate. Come la Roma.