Si era documentato, Aleksandar Kolarov, sull'unico prima di lui ad aver segnato nei derby con entrambe le maglie, quella sbagliata e quella giusta. «Negli Anni 50 c'era un giocatore, lo svedese Selmosson, detto Raggio di Luna», gli hanno chiesto dallo studio di Sky. «Era il 1958, sono esattamente 60 anni», tra lo stupore degli intervistatori: era a bordocampo, nell'intervista al fischio finale, per cui non poteva averlo saputo dopo il magnifico sinistro su punizione, segnato al minuto 71, con cui ha riportato in vantaggio la Roma, dopo il pareggio di Immobile, trovando il buco nella barriera, anche grazie al movimento dell'amico Dzeko, che si è spostato al momento giusto.

Ha esultato, come del resto aveva dichiarato di voler fare, non aderendo alla moda, spesso ipocrita, del giocatore che torna a centrocampo con fare mogio dopo aver punito la sua ex squadra. Kolarov, dopo aver urlato tutta la sua gioia, ed essersi fatto abbracciare da mezza panchina, si è fermato in piedi, in posa ieratica, a braccia aperte, davanti alla tribuna. I compagni sapevano bene, peraltro, quanto il serbo aveva stretto i denti per giocare, visto che era sceso in campo con una frattura della falange prossimale del quinto dito del piede sinistro. «Era importante vincere, per noi. Ero convinto anche prima di questa partita che siamo una squadra più forte. Oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto la partita che ci voleva, sono contento per me e per i miei compagni. Io do sempre il massimo, sapevo che prima o poi avrei fatto gol nel derby con la maglia giallorossa, e sono contento».

Anche perché Kolarov è un ex un po' particolare, nonostante i tre anni passati alla periferia di Formello, tra il 2007 e il 2010. Lo prese Walter Sabatini, per 800.000 euro, non ancora 22enne, dall'Ofk Belgrado: a 25 passò al Manchester City di Roberto Mancini (e non ancora di Dzeko, che lo raggiungerà un anno dopo, nell'estate del 2011). E in quei tre anni gli capitò anche di segnare al derby, l'11 aprile del 2009, uno dei pochi fatti con il destro, a incrociare, dalla lunetta dell'area, dopo essersi fatto tutto il campo palla al piede, saltando Motta e Riise. Gol bello e inutile: mancavano cinque minuti, la Lazio era già sul 3-2, e la Roma era anche sotto di un uomo, per i rossi di Panucci e Mexes (mandato fuori insieme a Matuzalem). Non è servito neppure a garantirgli l'affetto dei suoi ex tifosi, che a luglio del 2017, durante un'amichevole con la Spal, esposero lo striscione "Kolarov verme", quando stava per firmare con la Roma. Utile, quello sì, per chiarire le cose ai pochi (pochissimi) tifosi giallorossi che storcevano la bocca all'idea di prendere un ex laziale.

«Felice per Lorenzo»

Ha festeggiato abbracciando l'allenatore in seconda, Francesco Tomei, il serbo («per me è più di un allenatore, è quasi come un fratello maggiore»), che doveva cancellare (non poteva bastare il gol di mercoledì, il 4-0 a un Frosinone ormai al tappeto) la mancata chiusura su Stepinski in occasione del 2-2 con il Chievo, il punto più basso della stagione, almeno fino al 2-0 di Bologna. «Forse ci voleva un momento così, questa stagione abbiamo avuto la crisi prima, rispetto allo scorso anno. Credo che le partite con Chievo e Bologna andavano vinte comunque, anche se fossimo stati in 8 o 9 giocatori. Dobbiamo vincerle per noi, non era una questione di modulo. Ci voleva questo per vincere il derby». Questo, e i gol di Pellegrini e Fazio, che in avvio di stagione non si erano coperti di gloria. «Io dico sempre che sbagliare non è un problema, ma devi provare di nuovo a fare quello che devi. Sono contento soprattutto per Lorenzo che è molto forte, è giovane e ha tanta pressione sulle spalle, ma ha dimostrato di poterla reggere bene».