Da Paulo Sergio a Francesco Totti. Passando per un caffè in Campidoglio e un hombre vertical. In sintesi, i venti anni di Franco Baldini con la Roma. Che, ieri, da Londra, per la terza volta ha rassegnato le sue dimissioni dalla società giallorossa, questa volta dal Comitato Esecutivo che, qualche mese fa, si è materializzato nell'orizzonte romanista. La causa, questa volta, un libro, oggetto molto amato e frequentato dall'uomo di Reggello, da sempre interessato a letteratura, musica, teatro, cinema. Solo che il libro in questione è quello di Francesco Totti, due paginette dedicate a lui, il finimondo, «mi dimetto».

La sua storia con la Roma era cominciata nell'estate del 1997. C'era Franco Sensi a Trigoria, passo dopo passo stava cercando di costruire una Roma in grado di tornare alla vittoria, puntando su uomini, in campo e fuori, di cui si potesse fidare. Baldini, all'epoca, era un procuratore, meglio ancora un uomo mercato in cerca di estimatori che potessero apprezzare il suo lavoro. Aveva un brasiliano tra le mani che gli sembrava giusto per il calcio italiano, Paulo Sergio. Già giocava in Europa, nel Bayer Leverkusen, ma gli aveva detto che gli sarebbe piaciuto trasferirsi in Italia. Baldini lo offrì alla Roma. Sensi gradì. Non solo il giocatore, ma soprattutto l'uomo Baldini. «Sai, Franco è una persona onesta, ti puoi fidare, non è uno di quelli che quando fa gli affari gli rimangono le mazzette di soldi tra le mani», così mi confidò una volta Franco Sensi, confermandomi come la sua naturale diffidenza fosse stata alimentata da precedenti esperienze. Quelle parole furono l'antipasto della parabola ascendente di Baldini in quella Roma, da uomo mercato a consulente del presidente, fino al ruolo di direttore sportivo che costruì la Roma capace di conquistare il suo terzo scudetto, Samuel acquistato con un anno di anticipo, Emerson strappato ancora una volta al Bayer Leverkusen, e poi il capolavoro Gabriel Omar Batistuta.

Poi cambiò tutto. Perché le parabole inevitabilmente sono anche discendenti. Cambiò soprattutto perché Franco Sensi cominciò a fare i conti con la sua salute. Le battaglie portate avanti dal presidente, condivise da Baldini dalla prima all'ultima, subirono uno stop, la politica societaria con l'arrivo di Rosella Sensi sulla poltrona presidenziale, invertì la rotta, non più contro i Palazzi, meglio una tregua. Fatale fu un caffè in Campidoglio voluto dall'allora sindaco Veltroni con la Sensi e Giraudo all'epoca grande capo della Juventus della triade della quale Calciopoli ci spiegò molte cose. Baldini, di fatto, diventò un separato in casa, ruolo in cui si sentiva sempre più a disagio. E allora il 24 marzo del 2005 rese ufficiali le sue dimissioni dalla Roma, spiegandone i motivi in una conferenza stampa tenuta in un hotel sulla Cristoforo Colombo. Chiese di non cercarlo più. Cosa a cui molti obbedirono, peccato che non fecero la stessa cosa i tanti pretendenti che, con il passare degli anni, si presentarono a Trigoria per acquistare la società. A cominciare dal fondo di George Soros. Tutti quelli che furono interessati, inevitabilmente chiesero a Franco Baldini di tornare alla Roma. E Baldini, quasi a tutti, magari anche per uno spirito di rivincita, diede la sua disponibilità. Solo che, poi, il cambio di proprietà non arrivava mai a materializzarsi.

Fino al 2011, quando Unicredit entrò in possesso della Roma, conseguenza di una pesante situazione debitoria di Italpetroli. La banca cercò un acquirente, alla fine la spuntarono gli americani, Pallotta, Di Benedetto, Rouane, D'Amore. Baldini sapeva tutto molto prima che l'affare si chiudesse. Anche perché era stato incaricato di creare il nuovo organigramma giallorosso. Arrivarono Sabatini, Fenucci, Luis Enrique sulla panchina, prima pure di Baldini che era ancora impegnato con la federazione inglese. Il suo ritorno a Roma si materializzò solo nell'ottobre del 2011, preceduto da un'intervista devastante in cui parlò della pigrizia di Totti, parole che non furono certo propedeutiche a un secondo benvenuto. Fu il direttore generale di una società che puntava a realizzare una rivoluzione culturale.

La rivoluzione rimase nelle parole, nonostate il tentativo di dare carta bianca a Luis Enrique, scuola Barcellona, una filosofia di calcio e uomini che in quel primo anno andò incontro più a pesanti delusioni che a partite convincenti. L'hombre vertical se ne andò, sfinito da tutto quello che si disse nei suoi confronti, Baldini rimase. Ma il suo secondo addio già in quel momento si capì che era soltanto rimandato. Tanto è vero che alla conclusione della seconda stagione, si dimise nuovamente, era il cinque giugno del 2013 e sembrava che la sua storia con la Roma e Roma, una città che lo ha amato e poi pesantemente contestato e insultato, si fosse conclusa per sempre.

Un secondo addio, però, che volendo lo si può chiamare soltanto di facciata. Perché James Pallotta non aveva nessuna intenzione di lasciare andare via Baldini. E allora dopo un'esperienza come consulente del Marsiglia e dopo come dirigente del Tottenham, il filo Baldini-Roma si è riannodato in via indiretta. Ovvero con un contratto di consulenza firmato per la Raptor di Pallotta. Contratto che è tuttora in corso, ma che qualche mese fa è stato arricchito dall'ingresso di Baldini nel Comitato Esecutivo che Pallotta ha voluto per la Roma. Fino a ieri. Quando le parole nel libro di Totti lo hanno convinto alle terze dimissioni. Stavolta, ci sa tanto, definitive. O no?