Di Francesco ha un'idea di questo disastro abbastanza chiara: «Siamo tutti responsabili, questo mi pare evidente, io per primo. Ma non parliamo più per favore di 433 o di 3412, qui c'è bisogno soprattutto di uomini prima che di giocatori e se io cambio è perché come allenatore credo che si debba fare qualcosa per evitare di continuare con le cose negative. E adesso cambierò di nuovo e mi affiderò a chi realmente vuole sistemare questa situazione». Nei vari passaggi da Sky alla tv di casa alla conferenza stampa, l'allenatore della Roma non si sottrae ad alcuna domanda e racconta tutto quello che secondo lui non sta funzionando: «Dicono tutti che il lavoro paga, e mi fa diventare matto l'idea che con loro quest'anno ho cominciato a lavorare sin dal primo giorno di ritiro. Di sicuro se non sono ancora riuscito a trovare le soluzioni, mi sento tra i responsabili. Ma noi parliamo troppo di numeri e poco di atteggiamento e di fuoco dentro. Quando devi avere la personalità di fare giocate importanti e creare superiorità numerica o finalizzare le occasioni e non lo fai è solo demerito tuo. Ad oggi io non so dirvi le soluzioni e il modulo che farò perché devo andare a cercare gli uomini giusti, più che il modulo giusto».

Forse è meglio non citare, in circostanze come queste, dati tipo quello del possesso palla (72,6%) o dei tiri (25): «Se li guardiamo capiamo che dal punto di vista calcistico qualcosa riusciamo a costruire. Ma poi ci sono delle cose che io non alleno, tipo i contrasti o i gol da un metro. Io sono stato giocatore, non giornalista, so come funzionano certe cose, se non hai un po' di cattiveria non arrivi mai. Purtroppo le risposte che non ho avuto mi porteranno a cambiare, non so come ma devo valutare. Il dato di fatto è che questa squadra ha poca solidità difensiva e questo ci sta facendo fare figuracce». Forse è stato sbagliato non rimettersi in discussione ad inizio stagione? «Ci può stare, lo dico sempre che bisogna dimostrare tutto con continuità. Per questo cambio. Stavolta ho scelto Marcano, quando hai tante partite in pochi giorni è impossibile far giocare sempre gli stessi, l'anno scorso lo facevo e il sacrificio di tutti era differente rispetto ad ora. Se non scatta a ognuno di noi qualcosa in più dentro si fa fatica, tanto vale aspettare sotto la traversa il gol ma non è la mia filosofia di calcio».

Poi va nello specifico: «Se guardate per intero l'azione del secondo gol, vedrete che parte tutto da un errore nostro nella loro area e poi le scappate all'indietro non sono decise come avrebbero dovuto essere, questo non possiamo permettercelo. I dati di oggi mi condannano. In questo momento dobbiamo stare zitti e pedalare, è tutto contro di noi. Non conta chi è arrivato». Nega che i giocatori in campo fossero rassegnati: «Non è così, il desiderio c'era ma c'è stata sfiducia e questo non deve accadere. È chiaro che ora il campo sembra dire che abbiamo sopravvalutato qualcuno, ma ci prendiamo le critiche. Non le offese, ovviamente, perché io do tutto per la Roma e per me è un grande onore allenarla». Di passo indietro non parla mai: «Io ho la convinzione di far ripartire la Roma. Devo avere questa convinzione e ce l'ho, sono abituato a combattere, non a tirarmi indietro. È un concetto di cui devo farmi carico. È un momento in cui le cose non vanno bene ed è legittimo dirlo, i numeri sono schiaccianti e contro di noi. La nostra forza sta nel reagire a tutto questo». Ci deve essere qualcosa che prescinde persino dalla voglia di tenersi l'allenatore: «Se dovessi dire che i ragazzi hanno fatto quello che chiedevo, direi di no, ovvio. Ma magari non è la prima volta, anche l'anno scorso succedeva. E magari le reazioni a queste partite sono state altre. Credo che ci sia qualcosa che va al di là dell'allenatore. Portare questa maglia, combattere partita dopo partita, è una questione di orgoglio personale... È una questione di serietà, di personalità, di attaccamento. Ora basta schiaffi».