In alcuni momenti, l'avversario non conta. Perché il problema sei tu, nel senso di Roma, allenatore, squadra e società. Non conta perché, e lo abbiamo purtroppo visto, quando le cose vanno così male, puoi andare in barca con chiunque, si chiami Benevento o Real Madrid. E ogni partita diventa una fatica, una montagna da scalare. «Deve scattare qualcosa nella testa dei calciatori», ha detto ieri in conferenza stampa Di Francesco. Giusto, ma cosa? E soprattutto, come? La cosa più facile sarebbe un sano spirito di emulazione. Così, tanto per ricominciare. E poi proseguire sulle proprie gambe. Se ci sono.

E allora, per favore, seguite De Rossi, il capitano. Non c'è stata una partita in questo tribolato inizio di campionato in cui non sia uscito tra i migliori in campo. Bella fatica, direte voi, visti gli altri… Vero, però Ddr, che si avvicina alle 600 presenze in maglia giallorossa, affronta sempre la squadra avversaria con rispetto e mai con timore, si danna l'anima in mezzo al campo e, soprattutto, non si arrende mai. Poi, è chiaro, sbaglia anche lui. Ma chi se la sente di rimproverare un calciatore così? Questo inizio di stagione ci ha detto fondamentalmente una cosa: che la Roma non è ancora squadra.

Ognuno si muove pensando a sé e non al collettivo, alla propria prestazione e non a quella della squadra. Un comportamento diametralmente opposto a quello dello scorso campionato, che se un messaggio aveva restituito era quello di un unico blocco a tinte giallorosse. Ma - e in questo ha ragione il ds Monchi - il passato è andato. Anche perché, aggiungiamo noi, la Champions è stata sì una bella cavalcata, ma non abbiamo conquistato nulla. Butragueno, il giorno prima di Real Madrid-Roma, raccontava quale fosse la filosofia del club: si punta alla vittoria e, quando si raggiunge, si festeggia per un quarto d'ora.

Poi, si pensa subito alla prossima. La semifinale di Champions dello scorso anno non deve esistere più. Non deve essere un alibi per le mancanze di un campionato troppo al di sotto delle aspettative. Perché, è bene ricordarlo, il distacco accumulato anche lo scorso anno in campionato dalle prime due della classifica è stato mortificante. Quasi quanto questo inizio di campionato, che ci ha già regalato (si fa per dire) più di un mese senza vittorie. Da quel Torino-Roma che, se da un lato qualche campanello d'allarme aveva fatto scattare, aveva anche un pochino illuso. L'avversario non conta, dicevamo. E se la Roma non si sveglia e non (ri)comincia a presentare un gioco degno di questo nome, anche il malmesso Bologna di Pippo Inzaghi può costituire un problema.

Zero gol all'attivo finora per i rossoblù (alla pari del Frosinone), l'ultima squadra che ha giocato le prime cinque partite in una stagione di Serie A senza trovare la via del gol è stata il Venezia, nel 1998/99. Il Bologna ha conquistato un solo punto nelle prime quattro giornate: soltanto una volta nella sua storia in Serie A è rimasto a quota uno dopo i primi cinque turni di campionato, nel 2011/12, quando comunque chiuse al nono posto.

Con il Bologna la tradizione sarebbe pure favorevole. L'ultimo successo casalingo degli emiliani contro la Roma in Serie A è datato settembre 2004 (3-1): da allora quattro pareggi e cinque sconfitte, subendo sempre almeno un gol. Il Bologna ha vinto solo una delle ultime 19 partite contro la Roma, subendo nel parziale la media di 1,9 gol a partita contro i giallorossi.

Ma ora non contano né le parole e neppure i numeri. Non contano neppure i 27 i tiri nello specchio effettuati finora dalla Roma in questa Serie A, nessuna squadra ha fatto meglio nella competizione. Conta tirare fuori la voglia di vincere e diventare una vera squadra. Conta la voglia di essere responsabile e artefici del proprio destino. Conta la voglia di aiutare il compagno in difficoltà. Il resto sono sconfitte e brutte figure. Delle quali faremmo volentieri a meno. Conta soprattuto scendere in campo "cor core acceso".