L'esordio del figlio nello stadio più importante del mondo Igor Zaniolo l'ha visto a La Spezia, dove ha un'attività commerciale. «Un bar-tabaccheria, vicino al porto. Mi impegna buona parte della giornata, non posso assentarmi facilmente. Certo, per andare al Santiago Bernabeu a veder giocare mio figlio, in qualche modo mi sarei organizzato...».

Troppo poco preavviso.
«Nicolò mi ha chiamato verso mezzogiorno, per dirmi che avrebbe giocato titolare. Troppo tardi, per andare a Madrid».

Un'emozione forte, vederlo lì.
«Una cosa indescrivibile, che lascia senza fiato. Da ex giocatore ho provato a immedesimarmi, a entrare nella sua testa. Il debutto assoluto contro i fenomeni del Real Madrid, in quello stadio, davanti a quel muro di persone... Avevo paura che potesse non reggere».

E non ha certo demeritato.
«Ha giocato tranquillo, penso che di più non potesse fare, contro quegli avversari. In quel contesto possono tremare le gambe anche ai grandi giocatori, figuriamoci a un ragazzo di 19 anni all'esordio».

Che a un certo punto si è preso lo sfizio di partire palla al piede, e saltare Gareth Bale...
«Li ha dimostrato di avere personalità. Ha provato a giocare, a fare la partita: poteva nascondersi, invece non ha avuto paura di sbagliare. Quando l'ho risentito dopo mi ha detto che lo hanno aiutato molto i compagni. Ma lui comunque in campo è uno freddo, si vedeva anche dagli appoggi. Poi certo, un paio di uscite le ha sbagliate. E anche un taglio per El Shaarawy, che con un po' di esperienza avrebbe potuto fare meglio. Ma va benissimo così, alla sua età».

Non lo immaginava così duro, il suo esordio.
«No, certo. Come avremmo potuto immaginare una cosa del genere? Certo, è solo un primo passo: ora non deve mollare, è solo all'inizio. Ma se giocherà altre gare, sa che il coefficiente di difficoltà non potrà mai essere come quello della prima che ha giocato».

Avrà passato la giornata a rispondere ai messaggi.
«Stamattina, a un certo punto, ho dovuto spegnere il telefono io, per quanta gente mi stava facendo i complimenti, chissà lui...»

Si saranno pentiti, a Firenze...
«Beh, penso di sì. Non lo hanno voluto aspettare. Era in ritardo sul piano fisico, ma le caratteristiche tecniche erano quelle».

Vedendolo ora, non si direbbe.
«Ha preso venticinque centimetri negli ultimi due anni, e sta crescendo ancora. Adesso è un metro e novanta. E ha le gambe robuste, forti. Deve solo mettere un po' di muscoli sul busto, per tenere botta. Li avrà superati tutti, quelli che prima erano più alti di lui».

Quanti anni aveva quando è arrivato in viola?
«Avrà avuto dieci anni. Lui è cresciuto a La Spezia: è nato a Massa, solo perché mia moglie aveva lì il suo medico di fiducia, e ha scelto quell'ospedale per partorire. Quando lo ha preso la Fiorentina era troppo piccolo per andare al pensionato: lo venivano a prendere con un pullmino a mezzogiorno e mezza, quando usciva da scuola, tornava a casa alle undici di sera. Due o tre anni così, poi è andato a vivere lì, al pensionato. Fino a quando non lo hanno mandato via, nel 2016».

Un fulmine a ciel sereno.
«Negli Allievi giocava con il numero 10. Aveva anche iniziato la stagione con la Primavera, gli hanno detto che doveva andare via quando mancavano due o tre giorni alla fine del mercato. Volevano mandarlo in prestito alla Primavera del Carpi o del Cesena, io mi sono opposto. Ed è andato all'Entella. Cessione definitiva, a titolo gratuito».

Leader della Primavera, 7 presenze in B: è cambiato tutto. E la Roma lo voleva già allora.
«Venimmo a giocare la finale di Coppa Italia, Roma-Entella all'Olimpico, e ci contattarono. A un certo punto sembrava tutto fatto con la Juve. È intervenuta l'Inter, ha rilanciato, e chiuso con l'Entella».

Altra grande stagione. E tante richieste, tutte in serie A.
«È stato molto vicino al Chievo, lo volevano l'Empoli e la Spal. Ma anche l'Atalanta o il Sassuolo, che ha preso un paio di ex Primavera dell'Inter, ma Nicolò era la loro prima scelta. Poi, una settimana prima della chiusura dell'affare Nainggolan, è rispuntata fuori la Roma».

Che però ha anche pensato di mandarlo in prestito.
«E noi avremmo accettato. Alla Roma siamo andati di corsa, ma sapevamo che c'erano tanti campioni, e che rischiava di non giocare mai».

Rischio che ora...
«Ora mio figlio deve vivere alla giornata, allenarsi, imparare, e prendere quello che arriva. A Roma si trova bene, ha preso casa all'Eur, con la mamma. Lo hanno accolto tutti bene, come un adulto, non come un ragazzo. I nomi non me li fa, ma credo che De Rossi e Florenzi siano quelli che lo stanno aiutando più di tutti».

Li ritroverà anche in azzurro.
«Vediamo... la convocazione di Mancini è stata una bellissima sorpresa, e se trovasse spazio magari ricapiterà. Ma per ora deve pensare all'Under 21, o all'Under 20».

Intanto, con la prima partita con la Roma, ha già superato suo padre. Che pure, la sua carriera l'aveva fatta.
«Lui è più tecnico di me. E anche un po' più alto. Io ero un centravanti da calcio inglese, di quelli che puntavano tutto sulla carica agonistica. Le mie soddisfazioni me le sono tolte, i miei campionati li ho vinti. Ma non ho mai giocato in serie A. Potevo andare al Perugia di Cosmi, a giocarmi il posto con Bazzani, ma il Cosenza offrì di più allo Spezia. Una volta rifiutai io: avevo fatto 13 gol in B proprio con il Cosenza, mi voleva la Reggina, Foti arrivò a offrire 5 miliardi, voleva presentarmi insieme a Nakamura. Mi chiamava anche di notte, una volta mi disse che solo Roberto Baggio gli aveva detto di no. Sono di Genova, volevo riavvicinarmi a casa, e andai a Terni. E sbagliai, perché non mi trovai bene, andai via e mi ritrovai a Messina. Sfidai anche Balzaretti, una bella persona, che ho rivisto con piacere quando hanno presentato mio figlio a Trigoria: Messina-Torino 1-1, segnai e scambiai la maglia con lui, l'ho ancora a casa. Vincemmo il campionato, andammo in A. Ma presero Zampagna e Amoruso, c'erano El Pampa Sosa e Di Napoli, sarei stato la quinta punta, così accettai l'offerta della Salernitana. Anche se, con gli infortuni che ebbero quell'anno, una decina di presenze le avrei fatte. E a carriera finita un po' mi è dispiaciuto non aver avuto la possibilità di vedere come me la sarei cavata in A.»

Qualche possibilità c'era stata anche prima.
«Ho fatto la Primavera con la Sampdoria, ai tempi di Vialli e Mancini. Ma quelli che hanno fatto più carriera di quel gruppo erano attaccanti, come me, Nicola Amoruso e Claudio Bellucci: non era facile emergere. E poi c'era stata una seconda possibilità, di cui non parlo molto volentieri. Ma sono passati molti anni, per cui... Giocavo in serie C, ad Aosta, avevo 22 anni, il mio allenatore era Ferruccio Mazzola, il fratello di Sandro, direttore sportivo dell'Inter. Dovevo andare da loro, avevo già firmato un precontratto. Era l'anno che Moratti voleva prendere Eric Cantona: avrei fatto il ritiro precampionato con loro, e poi avremmo deciso che fare. Ma in una partita con il Pisa scoppiò una maxi-rissa, che fece parecchio clamore, finì anche al telegiornale. Presi otto mesi di squalifica, e l'Inter stracciò l'accordo».