Va tutto maledettamente veloce. Così tanto che se fossi tornato a scrivere sul giornale solo cinque giorni fa avrei potuto raccontare la felicità, assoluta, per la qualificazione alla semifinale d'Europa League. Ed invece, oggi, sono qui con ancora addosso la mestizia per la prestazione – e la formazione scelta – di Torino e, al tempo stesso, la curiosità di scoprire, già domani, che ROMA ritroveremo all'Olimpico contro l'Atalanta.
Già, cosa dobbiamo aspettarci?

Viene naturale pensare che Fonseca, questa volta, scelga di schierare il miglior undici possibile. Resta da chiedersi per provare a fare cosa: risalire una classifica purtroppo modesta? O per fare una sorta di prova generale, contro un avversario di livello, per Manchester? Qualsiasi sia il motivo tutti vorremmo rivedere in campo la volontà, la voglia di vincere e di non lasciarsi scorrere la vita addosso. Il perché non ci interessa.

Una cosa va detta: fare all-in sulla coppa è affascinante, me ne rendo conto. Ma anche molto rischioso… probabilmente troppo. A mettersi nei panni di Fonseca questa scelta non offre effetti collaterali: il prossimo anno, ormai è chiaro, non sarà probabilmente lui l'allenatore della ROMA e perciò non dovrà vivere, o convivere, con l'eventuale frustrazione del non partecipare alle competizioni europee. Ma se questo rischio dovesse rivelarsi un successo avrebbe, invece, l'opportunità d'andarsene da vincente.

Se questa è la considerazione che sta orientando le scelte del tecnico giallorosso c'è poco da stare allegri per questo lungo finale di campionato: sette partite sono tante. Specie se ricche d'insidie come quella di domani con l'Atalanta e per non parlare della successiva a Cagliari – con i sardi a giocarsi la gara della vita – o di Inter-ROMA alla terzultima. Poi, non servirebbe ricordarlo, il derby di metà maggio. E allora? Allora sta alla società richiamare tutti alle proprie responsabilità cercando, e trovando, la giusta chiave per ribadire all'allenatore e ai calciatori i loro doveri. Non è letteratura, non è una frase fatta. E non c'entra nulla la noiosa retorica del «li devono frusta'». C'entra, invece, la necessità – e l'obbligo – di non chiudere il campionato in modo indecoroso. Dignità.