È un'altra notte da tutto o niente, perché niente sarebbe questa stagione senza una semifinale di Europa League, e tutto diventerebbe se invece la Roma avesse la forza di archiviare anche l'Ajax nello stesso magazzino di trascurabili difficoltà in cui quest'anno ha chiuso in rapida successione Young Boys, Cska Sofia, Cluj, Braga e Shakhtar Donetsk. Stasera (nello splendore immobile e muto della Johann Cruyff Arena, lo stadio col nome più bello del mondo, calcio d'inizio ore 21) sfileranno davanti ai nostri occhi le maglie nere (dell'Ajax) contro le maglie bianche (della Roma) e sarà così anche al ritorno, curiosa scelta cromatica dei club in accordo con l'Uefa per ovviare in maniera pratica all'apparente somiglianza del bellissimo biancorosso dei lancieri e dell'insuperabile giallorosso dei lupi. Nero contro bianco, estremi di un abisso che dà vertigine, dove la Roma può sprofondare o dove può rigenerarsi.

Se il calcio avesse una logica, lo splendido momento di forma di una squadra, quella di casa, che sta dominando il suo campionato e viene da una striscia record di 24 risultati utili consecutivi (dopo la sconfitta in casa con l'Atalanta di dicembre che ha chiuso loro le porte della Champions e gli ha però aperto quelle dell'Europa League), magari rapportato alla grave crisi in cui sembra piombata la squadra ospite, stasera non sembrerebbe lasciar spazio a pronostici diversi dall'uno fisso. Ma il calcio a volte segue percorsi imperscrutabili, soprattutto quando al centro delle analisi finiscono le partite della Roma. Basti guardare che cosa è successo quest'anno in Europa League: un cammino immacolato, sporcato nel cuore dei tifosi più puri solo dall'indolore sconfitta (ammesso che ne esistano) di Sofia a primo posto nel girone assicurato, nella gara in cui partirono titolari tre primavera e la difesa era composta da Fazio e Juan Jesus che non sono neanche stati inseriti nella lista Uefa per la parte più importante della competizione. Per il resto la Roma ha sommato sette vittorie e un pareggio (sempre contro i bulgari), soprattutto mostrando un temperamento nelle due tornate ad eliminazione diretta che aveva fatto ben sperare per questo finale di stagione. Poi il crollo in campionato che ha gettato nuovamente nello sconforto tifosi e dirigenti.

Che cos'è la Roma oggi, dunque? Quella spaurita che si è arresa col Napoli senza neanche lottare o quella che un mese fa era terza in classifica, quella fiera e un po' sbruffona della sua fase offensiva o quella incapace di difendere che in campionato si è già consegnata otto volte agli avversari (sette delle prime nove, più il Parma)? Nessuno sa dirlo. Non i bookmakers che riconoscono appena un lieve vantaggio ai lancieri, non gli allenatori almeno nelle parole pubbliche della vigilia, non i giocatori, non gli osservatori più esperti e neanche i tifosi, che restano pessimisti ma sono anche tutti pronti a ricredersi.

Una cosa può confortare, a voler cercare motivi razionali a cui appellarsi. L'Ajax in fase di non possesso non è certo una squadra irreprensibile: ha in porta l'incerto Stekelenburg oppure Scherpen, il più giovane dei portieri della sua rosa che nelle poche apparizioni di quest'anno ha già prodotto un contenuto ma già significativo campionario di papere, ha una maginot difensiva non sempre ben allineata che peraltro presenta elementi poco reattivi (gli indisponibili Blind e Schuurs), ingenui (Tagliafico e Rensch), inesperti (Timber) e fisicamente tutt'altro che statuari (Alvarez e Martinez). E comunque sono perforabili in transizione e a volte non sempre concentrati. Ma se cambiamo i nomi gli stessi concetti si possono applicare alla Roma. E dunque torniamo al punto di partenza. Sarà tutto o sarà niente? Bisognerà aspettare il fischio del russo Karasev (visto e apprezzato recentemente nel 2-0 con cui il Granada ha posto le basi per eliminare il Napoli, lo scorso 18 febbraio). Ancora poche ore.