Chi era presente quel giorno allo Stadio Olimpico non potrà mai dimenticare l'atmosfera che si respirava sugli spalti. Il ritorno della Roma in Coppa dei Campioni (l'esordio nella moderna Champions League) e il senso di impotenza e terrore che arriva dall'altra parte del mondo, dagli Stati Uniti. Le immagini degli aerei di linea che si schiantano contro le Torri Gemelle del World Trade Center restano negli occhi anche quando Totti e compagni fanno il loro ingresso in campo. Le notizie sono frammentarie, circolano di bocca in bocca fin da viale delle Olimpiadi, man mano che ci si avvicina allo stadio: internet è ancora un futuristico punto interrogativo per i più. Si parla di centinaia, anzi, migliaia di vittime. Si parla di terrorismo.

Quella che avrebbe dovuto essere una serata di festa si tramuta in una buia notte da dimenticare. C'era da celebrare la Roma che, tricolore sul petto, tornava dopo diciassette anni a calcare il più importante palcoscenico calcistico. Ma oggi, che sono passati altri diciassette anni, è quasi impossibile non pensare a New York e agli Stati Uniti in generale quando si parla di Roma-Real Madrid. È impossibile non ricordare quel silenzio teso e preoccupato che aleggia sull'Olimpico e su Roma, poche ore dopo gli attentati; è impossibile non ricordare le formazioni annunciate in maniera asettica, quasi robotica, da Carlo Zampa, e Roma Roma cantata a cappella dai tifosi, perché l'inno non viene trasmesso dagli altoparlanti. È impossibile non ricordare il minuto di raccoglimento, i calciatori a testa bassa e con le mani conserte dietro la schiena. Probabilmente si chiedono cosa ci facciano in campo, così come molti tifosi si interrogano sul perché quella partita non sia stata rimandata. Niente da fare: la Uefa non vuole sentire ragioni, si gioca. The show must go on, come si usa dire.

Siamo di nuovo tra le grandi d'Europa, tricolore sul petto e indosso quella maglia metà gialla e metà rossa che ricorda un po' le divise del Palio di Siena. Per Totti, Montella, Cafu e tanti altri si tratta dell'esordio in Champions. Altri, come Batistuta, hanno avuto l'occasione di giocarla altrove. Di fronte abbiamo il Real Madrid, quello che sta per inaugurare l'era dei Galacticos: Hierro, Roberto Carlos, Figo, Raul, Makelele, Guti. A breve si aggiungeranno anche Ronaldo e Beckham. Manca Zidane per squalifica, ma le Merengues se ne fanno una ragione. Difficile immaginare una sfida più affascinante per tornare nel massimo torneo continentale per club.

Ma quel giorno persino la partita, persino la Roma passa in secondo piano. Viene alzato qualche coro nei primi minuti, ma la seconda parte del primo tempo regnerà un silenzio quasi sovrannaturale. Idem nel secondo. Il pubblico riuscirà a dimenticare per qualche minuto l'orrore visto in televisione poche ore prima soltanto nel finale, con la Roma che attacca alla ricerca del gol del pari. Non si tratta di essere insensibili: è spirito di sopravvivenza, quell'istinto ancestrale che fa parte dell'essere umano e che ti spinge a continuare a vivere. C'è chi a tifare proprio non riesce, chi invece cerca di dimenticare per un paio d'ore quegli aerei e le fiamme e il fumo grazie alla Roma. C'è un'atmosfera surreale simile in tutto e per tutto al risveglio da un incubo, quando la mente ancora annebbiata fatica a distinguere la realtà dal sogno.

La partita

Dopo aver sfiorato il vantaggio in avvio, la Roma si lascia imbrigliare dal palleggio del Real, ma riesce a tenere: il primo tempo si chiude senza gol e durante l'intervallo tutti chiamano a casa per avere notizie su ciò che sta succedendo oltreoceano. Quando la gara riprende, gli spagnoli trovano il vantaggio con una punizione dai 25 metri di Figo e poco dopo raddoppiano con Guti. Ma quando Karanka stende Zebina in area e l'arbitro assegna il rigore, lo stadio si riaccende. Totti dagli 11 metri non sbaglia e riapre i giochi. Nel finale Balbo sfiora il pareggio: il suo tiro si stampa sulla traversa. Al triplice fischio, si torna alla realtà: per qualche minuto l'orrore è sembrato lontano, ma non si può dimenticarlo.

L'uscita dall'Olimpico riporta quella sensazione di incredulità e dolore: la gente parla, chiede notizie allo sconosciuto che gli cammina accanto. Per una volta non si scambiano opinioni sulla partita, non si commenta questa o quella giocata: si parla di vittime, di attentati. E il calcio sembra di colpo essere una cosa futile, di fronte a un orrore del genere.