Le sue parole risalgono allo scorso 6 agosto, in New Jersey, ma risultano ancora adesso che sono appena rimbalzate in Italia, più che vive. Una panoramica a 360 gradi quella di Monchi, fra ambizioni, speranze e certezze, nell'intervista concessa alla trasmissione radiofonica "Planet Football" di Grant Wahl su Player Fm (che ha mandato in onda il podcast solo il 30 agosto), emittente nell'orbita della famosa rivista americana Sports Illustrated.

Tutto alla vigilia della gara di International Champions Cup contro il Real Madrid, quando il caso Malcom era ancora "fresco", Strootman aveva addosso la maglia della Roma e Nzonzi vestiva i colori del Siviglia. Ben prima anche di questo scorcio iniziale di stagione. Quando però il ds giallorosso aveva già ben chiari i suoi obiettivi: «Arrivare ai massimi livelli sportivi, costruendo un modello finanziario sostenibile».

La storia di Monchi è in gran parte sovrapposta a quella recente del club all'interno del quale è cresciuto. Al Siviglia si è segnalato come uno dei dirigenti più brillanti del panorama internazionale, tanto da conquistare la Roma, che lo ha a lungo corteggiato fino a legarlo a sé. Lasciare la società andalusa non deve essere stato facile per lui: «È una domanda che mi hanno fatto molte volte. Ho pensato davvero fosse il tempo per me di cambiare dopo 29 anni divisi tra vita da calciatore e direttore sportivo. Ho avvertito la necessità di provare nuove sensazioni e mettermi alla prova per capire se fossi capace a fare il mio lavoro fuori da casa mia. Molti pensano che lo abbia fatto per soldi o dopo aver discusso con il presidente, ma non è così. Avevo bisogno di altri stimoli».

Le differenze non sono poche fra le due realtà: «Sono diverse per molte situazioni. Prima di tutto per l'attenzione dei media e dei social che un club come la Roma ha. Sono due modi diversi di lavorare, due città diverse e due nazioni diverse. Il Monchi che era utile a Siviglia aveva bisogno di cambiare qualcosa per esserlo anche al progetto Roma. A livello di pressione e importanza nel raggiungimento degli obiettivi sono simili».

La Roma come sfida da rinnovare. Un club, quello giallorosso, che ha saputo battere un'agguerrita concorrenza per assicurarsi lo spagnolo. Con quali lusinghe, è lo stesso Monchi a rivelarlo: «Ho pensato che la Roma fosse il club che, tra i tanti che mi hanno cercato, mi offrisse la possibilità di essere me stesso, di essere Monchi. È stato importante per me mantenere indipendenza e responsabilità, la possibilità di continuare il mio lavoro. La Roma mi ha dato l'occasione di non cambiare identità professionale e dopo 16 mesi posso dire che è stata la scelta giusta». Compiti non facili i suoi, in Spagna come in giallorosso: «Non è facile descrivere il mio lavoro in poche parole. Mi occupo di tutto ciò che riguarda la pianificazione sportiva della Roma, dall'allenatore, alla filosofia del club, del modello, di come comprare e vendere giocatori. È una figura, quella nostra, che sta diventando sempre più importante».

L'eccezione sembra riguardare il calcio inglese, che con la singolare figura del manager a tutto campo mette in ombra il ruolo classico del ds. «Dipende dal modello, io ne identifico tre: c'è quello presidenziale; quello inglese che ruota attorno alla figura dell'allenatore; e quello misto, dove presidente, allenatore e direttore sportivo coesistono. Secondo me quello misto è quello più bilanciato: dove il presidente decide il tipo di investimenti, l'allenatore traccia i profili dei giocatori interessati e il ds li cerca. In Inghilterra di solito il modello del coach che è anche manager prevale, ma secondo me si sta andando lentamente verso il modello europeo. Perché in Inghilterra si vedono sempre più allenatori stranieri, che sono abituati a lavorare in un certo modo».

A Trigoria la struttura societaria fisiologicamente non può essere quella tradizionale, con un presidente che vive lontano (sia pure in contatto quotidiano con la parte italiana della dirigenza). Ma la forma resta di tipo piramidale, come conferma lo stesso Monchi: «La gerarchia è simile a quelle che ci sono negli altri club. C'è un presidente, un direttore generale, un amministratore delegato, eccetera. Chi è il mio capo? Il mio capo è Pallotta, ma fortunatamente io posso lavorare in autonomia, ovviamente tenendolo aggiornato su ogni novità e su quello che c'è da fare. I nostri rapporti sono ottimi, così come quelli che ho con Baldissoni e con Gandini. Ma assumere come esonerare gli allenatori è una delle mie competenze, perché le decisioni dell'allenatore hanno un ruolo chiave per il progetto sportivo».

Fra le scelte da assumere fondamentali di un ds spiccano quelle dei giocatori da acquistare. Non c'è una ricetta prestabilita a tavolino, si seguono competenze, istinto e un lungo lavoro di gruppo. «I giocatori sono scelti a seconda di quello che ci suggerisce il talento. So di non essere originale nella risposta, ma è un lavoro davvero difficile. La verità è che bisogna avere una grande struttura di scouting per arrivare sui talenti prima dei competitor. Bisogna trovare i giocatori che sono utili per il tuo sistema di gioco, i giocatori funzionali. Abbiamo un'ottima struttura di scouting, un'ottima strategia di lavoro e in generale ottime fonti di informazioni. Sono importanti anche i dati che possono rappresentare una strada più breve per arrivare alla giusta strada».

La struttura di cui dispone Monchi è comunque molto ricca, negli uomini e nei mezzi: «Adesso abbiamo una squadra di 15 scouts, ognuno lavora su un certo tipo di dati e li inserisce poi nella banca dati dalla quale decidiamo quali giocatori monitorare e quali smettere di seguire. Non tutti lavorano a Roma, ma siamo impegnati adesso a costruire uno scout network che servirà a monitorare giocatori giovani da una squadra di circa 20-25 persone, che lavoreranno sotto la guida di uno di quelli che stanno a Roma». E proprio il settore giovanile può avere un ruolo fondamentale, come confermato dallo stesso Monchi: «È importante, il lavoro sulle accademy è l'essenza di un club se vuoi costruire un progetto a lungo termine, quando hai la possibilità di contare su giovani che crescono nel tuo club. Rende il progetto ancora più sostenibile. Loro credono nel club e si identificano nel club. È essenziale per la Roma puntare sul settore giovanile».

Non soltanto su quello però. Gli obiettivi della Roma sono ambiziosi, quelli di Ramón anche: «Il mio più grande obiettivo è costruire un modello economico sostenibile e stabile, mentre a livello sportivo è portare la Roma più vicino possibile al massimo livello». Per farlo ci sarà bisogno anche di grandi operazioni di mercato, mentre da più parti si contesta al club di vendere troppo. «Lavoriamo prima di tutto per trovare una sostenibilità economica, il che ci permette di decidere chi vendere e se vendere oppure no. Siamo sulla buona strada, ma non significa che non venderemo nel futuro. Vendere non è un male, ma è una cosa normale se poi investi in strutture, allenatori e giocatori che fanno crescere il club. Si è sempre venduto nella storia del calcio. Il Barcellona ha venduto Neymar, il Real Madrid ha venduto Ronaldo, la Juventus ha venduto Pogba e Higuain. Le società devono essere capaci di reinvestire i soldi».

Per riuscirci, sarà fondamentale anche il nuovo stadio. «Sarà un'importante fonte di ricavi e farà crescere il brand As Roma, dando al club la possibilità di investire più soldi per raggiungere l'élite del mercato internazionale».

Un mercato che in estate ha riservato una brutta sorpresa con Malcom: «Non penso che avremmo potuto fare di più, se non abbattere il satellite delle comunicazioni fra Barcellona e Bordeaux. Il giocatore era pronto a salire sull'aereo per Roma, avevamo organizzato il viaggio per fargli raggiungere la squadra negli Stati Uniti, prenotato l'albergo e anche le visite mediche erano già organizzate». Ma per Monchi non ci sono rivincite da prendere, tantomeno con i blaugrana: «Dopo venti anni nel giro ho imparato che a volte si vince e a volte si perde. È molto meglio avere amici che nemici».