Il canto della Sud come benzina vitale per riempire muscoli in difficoltà e idee piuttosto confuse. Vitali i romanisti, come un capitano immolatosi nella prima frazione in più di un'occasione per evitare di assistere al naufragio della sua nave. Casa dolce casa, si dice e si legge spesso nelle dimore di molti: eppure, da diverso tempo, troppo spesso il nostro stadio Olimpico, in campionato, si è dimostrato luogo di delusioni e rimpianti. La Roma però è madre, moglie, amante che più li fa arrabbiare, ai suoi romanisti, e più loro si stringono vicini a lei. Per aiutarla, spronarla, urlandole contro che quarantaquattro minuti di inspiegabile black-out possono trasformarsi in risalita in quelli immediatamente successivi. Basta un faro ad una nave per evitare di incontrare gli scogli nella tempesta, lunedì sera la Sud è stata luce che non conosce intermittenza né oscurità.

Come i cori senza fine e senza pausa nell'alternanza tra l'uno e l'altro, come quelle centinaia di magliette gialle capaci di gridare un messaggio di vicinanza senza aprire bocca, e ancora quelle grandi bandiere a dipingere con i nostri colori uno stadio che, in loro assenza, ha tinte a noi estranee. Pensare che tutto era iniziato con una magia capace di portarci subito avanti, facendo esplodere l'Olimpico in una danza. Un tango, pensiero triste come piace ribadire nei barrios argentini.
In Sud si era da poco alzato l'inno e quei palchetti tanto attesi da alcuni, quanto mal descritti da qualcun altro, si erano già riempiti di direttori d'orchestra ed il freddo metallo era stato abbellito da fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini. Un canto senza sosta, questa è stata il Roma-Atalanta di una Curva Sud che se questo è l'esordio stagionale, allora le restanti diciotto partite meriterebbero di essere vissute anche per vederla all'opera.

Le bandiere erano state alzate con fierezza verso il cielo ormai scuro, i tamburi non esistono da tanti anni ma il battito di quelle migliaia di mani han saputo farne le veci. Hanno chiesto di conquistare la vittoria, i romanisti, mentre gli altri prima pareggiavano e poi addirittura ci tramortivano facendoci vacillare la terra sotto i piedi. Più si sentivano arrabbiati per ciò a cui stavano assistendo, più aumentava il desiderio di dire: «Voglio solo star con te». La ripresa, se fosse possibile paragonare serate così diverse, è sembrata a molti una di quelle magiche serate di coppe e di campioni, di quelle in cui ci siamo sentiti tutti più forti di qualunque avversario. Quarantacinque minuti più recupero e sarebbero potuti essere il doppio, o forse addirittura il triplo: non avrebbero mai potuto abbandonare quel luogo senza la convinzione - spesso retorica, ma a volte anche la retorica si trasforma in realtà - di aver letteralmente spinto la palla in rete.
Come un faro luminoso che di più non si può, capace di indirizzare una nave in balia della tempesta verso lidi più sicuri. È finita con un urlo di gioia imprigionato in gole arrossite, mani pronte a stringersi ad altre poggiate sui fianchi e uno di loro, in mezzo a loro, che un tempo è stato parte di quella nave. Non è da tutti lasciare un seggiolino di Tribuna preferendo le fatiche di una vetrata. Lo stare in piedi dentro una marea gialla come era gialla la luce della Sud: il faro della Roma nelle difficoltà. Arriverà nuova, necessaria benzina nelle gambe e nella testa dei nostri, la certezza adesso è sempre una: l'amore dei romanisti. In campo e sugli spalti.