Se volete conoscere parole e pensieri di Fonseca, dovreste chiedere a Marco. Di cognome fa Abreu. Età di persona che solo da pochi anni si è lasciata alle spalle la definizione ragazzo. Aspetto di chi non sa dire no ai piaceri della tavola. Sorriso di quelli che si fanno volere bene. Approccio alla vita da regalare al mondo. È il procuratore di Paulo Fonseca. Ma procuratore, in questo caso, è una definizione limitativa. I due sono amici, veri, si vogliono bene. Si conoscono da dieci anni, Fonseca arrivò sulla panchina sul Deportivo Aves, Abreu era il direttore sportivo del club e lo scelse. Il feeling tra i due fu immediato e spontaneo. Al punto che la stagione successiva, quando Paulo nostro si trasferì al Pacos Ferreira, Abreu mollò tutto, ci mise un attimo nel dimettersi da ds del Deportivo Aves per seguire il suo amico. Diventandone il procuratore, grazie a un rapporto costruito su un'amicizia pulita e sincera. Procuratore, poi, solo di Fonseca. Abreu non ha altri giocatori o allenatori da curare, la sua scuderia è composta soltanto dal suo amico. Dal Deportivo Aves, la coppia di strada ne ha fatta parecchia: Pacos Ferreira, Porto, di nuovo Pacos Ferreira, Braga, poi l'Europa, prima lo Shakthar, da due anni la Roma.

Voi vi domanderete: ma perché questo ci sta facendo ‘sta pippa con Abreu? La risposta è semplice, per cronaca. Perché se stasera, quando le telecamere inquadreranno la tribuna, tra quei pochi presenti riconoscerete anche Marco Abreu. È sbarcato a Roma il 5 marzo scorso, per festeggiare il compleanno del suo amico. Già domenica scorsa era in tribuna per la partita contro il Genoa (gradiremmo un bis), prima tappa di un paio di settimane da trascorrere ospite a casa di Fonseca (prima nella Capitale si sistemava al Parco dei Principi). Ci sarà stasera e poi, la settimana prossima, partirà insieme alla volta di Kiev, dove si giocherà la partita di ritorno di questi ottavi di finale di Europa League, un incrocio, quello con lo Shakthar, di cui Fonseca avrebbe fatto volentieri a meno.

Ma vi ridomanderete: ma a noi che ce frega di Abreu? Domanda legittima, ma certo la prolungata presenza di Abreu nel mondo Roma, non può non essere associata in qualche maniera alla questione contrattuale del suo amico e assistito. Che, è notorio a tutti, il trenta giugno andrà in scadenza, a meno che la Roma non centri quel quarto posto (pure meglio speriamo) che garantirebbe la qualificazione ai gironi della prossima Champions League. Qualificazione che in soldoni vorrebbe dire una cinquantina di milioni di puro ossigeno per i conti giallorossi.

Alla luce di questa semplice considerazione, è peccato mortale pensare che in questi giorni Abreu si sia fatto una chiacchierata con Tiago Pinto? Magari non proprio per parlare di un nuovo contratto, con il quarto posto quello già c'è, ma se non altro per provare a capire quali siano le intenzioni del club giallorosso per la panchina del prossimo anno, al di là di vincoli contrattuali. Anche perché nei mesi passati, in più di un'occasione, qualche volta pure a sproposito, si è parlato di una Roma intenzionata a cambiare il manico, affascinata, dicono e sottolineiamo il dicono, dall'eventuale opportunità di ingaggiare un top mister (Allegri e Sarri tanto per fare due nomi).

Non millantiamo di conoscere l'eventuale risposta di Pinto, ma possiamo dire con ragionevole certezza che, nel caso di una risposta del tipo non è escluso che cambiamo allenatore, Abreu possa aver detto alla controparte che pure Fonseca ha i suoi dubbi (il portoghese quei mesi vissuti senza un direttore sportivo li ha digeriti poco, per esempio) per il futuro. Dubbi, oltretutto che sono stati alimentati almeno da due avances reali, Benfica e Napoli, più una probabile, targata nientepopodimenoche Real Madrid. Così, giusto per far sapere che Fonseca qualche estimatore in giro per il mondo ce l'ha. Anche se sarebbe felicissimo di continuare con la Roma.