Lo chiama Bebo. Dal tono emozionato che accompagna i ricordi, dai più recenti a quelli di gioventù, si percepisce tutto l'affetto di Alberto Orlando per Lamberto Leonardi. E quando la chiacchierata si inclina impercettibilmente quanto inevitabilmente sulla Roma degli Anni 60, Orlando riporta la barra dritta. Centrandola sull'ex compagno scomparso il 23 febbraio. Coetanei, cresciuti insieme, con la comune matrice del vivaio giallorosso, «amici, quasi come fratelli», specifica lui.

Le vostre rispettive storie nella Roma sembrano simbiotiche.
«L'amicizia con Bebo nasce negli anni delle giovanili, splendidi. Giocavamo i tornei internazionali di Viareggio, di Sanremo, affermando il nome del club. Eravamo divisi fra Roma C, B ed A, con noi c'erano giocatori come Tiberi, Compagno, tutti romani, tutti poi con un'ottima carriera fra i professionisti».

Lì si sono stretti i rapporti.
«Eravamo una famiglia, come fratelli. Insieme abbiamo trascorso giorni meravigliosi, condividendo sempre tutto. Un gruppo di "romanacci", tutti provenienti da famiglie povere, che avevamo fame di affermazione nel calcio».

Molti si sono affermati in prima squadra in quel periodo.
«Vero. De Sisti, Menichelli, Scaratti, oltre a me e Bebo. Forse ci ha aiutato avere un centro di aggregazione come il campo della parrocchia, che oggi manca, per cementare lo spirito di gruppo. Ora vengono tutti da lontano, in ogni club: nulla contro di loro, per carità, ma come possono avere lo spirito di appartenenza o capire cos'è un derby?».

Lei sa bene cosa vuol dire.
«Per noi il derby era la vita: in uno vinto 4-0 ho segnato da mezzo infortunato, una gioia incredibile».

Orlando segnò con l'inguine stirato, tre anni dopo Leonardi fece gol con la scarpa rotta.
«Era un calcio diverso, non ricordo bene l'episodio di Bebo, ma credo lo avesse rimandato in campo Angelino Cerretti, un papà per tutti noi, che coccolava tutta la famiglia».

Perché lo chiamavano Cicala?
«Credo per la sua andatura, ma per è sempre stato Bebo. Mentre a un certo punto io sono diventato il Garrincha di Tor Pignattara, quando mi hanno spostato a fare l'ala. Ero centravanti, mi sono adattato».

Eravate abituati ai sacrifici.
«Avevamo un rimborso di diecimila lire, altri tempi. Ma non c'è cifra che possa compensare quegli anni stupendi. Il solo peccato fu non aver avuto una grande società: tutti i romani che raggiungevano la Nazionale venivano venduti».

Eppure il suo esordio in azzurro fu straordinario.
«Segnai 4 gol al debutto, qualche soddisfazione l'ho avuta».

Anche con la Roma.
«In campionato meno di quante avrei voluto, ma vincemmo la Coppa delle Fiere, giocando grandi partite: un gioiello in quegli anni. Ho ancora la miniatura del trofeo a casa».

Partecipò anche alla conquista della prima Coppa Italia.
«Purtroppo fui venduto alla Fiorentina prima della finale, ricordo ancora che nella prima da avversario a Firenze mi veniva da piangere pensando che non potevo indossare quella maglia. Almeno Bebo ebbe modo di sollevare la coppa».

Andò via non molto più tardi.
«Noi cresciuti in casa costavamo zero, ma le nostre cessioni portavano soldi in cassa e all'epoca non c'era possibilità di opporsi. Le carriere ci hanno separato, i contatti sono diventati sporadici, ma abbiamo continuato a volerci bene».

Vi vedevate spesso?
«Non molto. Quando lui era al Nord veniva a trovarmi a Ferrara, dove mi sono trasferito. Il mio caro Bebo era un grande professionista, anche come allenatore»

Lei ha seguito altre strade.
«Non mi interessava quel ruolo. Anni dopo emerse la figura del direttore sportivo che m'intrigava, ma ormai ero fuori dal giro».

Ma non vi siete mai persi.
«Lo devo al club, che da qualche anno ha istituito la tribuna per i suoi ex giocatori. Ci siamo incontrati e riabbracciati lì, non solo con lui, anche con gli altri. Era una festa ritrovarci per vedere la grande Roma».

Siete rimasti legati alla Roma.
«Sempre. Non era solo la squadra per cui giocavamo, anche quella che tifavamo. E siamo fortunati, perché è stata anche una risorsa per le nostre famiglie, quelle di provenienza e quelle create da noi».

La segue ancora?
«Certo, ogni partita. Sono felice di vederla respirare aria buona, "in altezza di classifica", spero che faccia sempre meglio, Roma deve essere Capitale anche nel calcio. Ma gli investimenti nel vivaio devono essere parte fondante del progetto. Il Bayern campione del mondo lo fa, possiamo farlo anche noi».

Tiene molto a questo punto.
«Moltissimo. Quelli della mia generazione non hanno avuto modo di proseguire con la maglia amata. Conti, Totti, De Rossi ce l'hanno fatta ed è stato un orgoglio. Spero ci riesca anche Pellegrini».

I romanisti la inorgogliscono.
«Sono stati anni stupendi quelli vissuti nella Roma, soprattutto nelle giovanili, dove siamo diventati fratelli, con Bebo e gli altri. In prima squadra siamo stati poco insieme, ma ho avuto tempo per conoscerli. Li adoravo, prima di raggiungerli spero solo di vedere mio nipote, che è mio omonimo e gioca coi ragazzi della Spal, avere le mie stesse gioie grazie al pallone».