Contenti, non si può essere. Una nuova sconfitta sul campo della solita Juventus, quarta stagionale in campionato, stavolta non esagerata nel punteggio, molto, ma molto più dignitosa delle tre precedenti. Ma questo conta poco, perché il problema della sofferenza contro le grandi da ieri ha una nuova tacca negativa, la delusione resta e su questo non possono esserci dubbi.

Eppure, prendeteci per matti (peraltro ne saremmo orgogliosi), a noi questi due gol incassati in quell'Allianz Stadium che ci sta sempre più antipatico, ci hanno fatto pensare a un signore chiamato Nils Liedholm. Sì, al Barone, il tecnico del secondo scudetto. Spieghiamo, soprattutto per i più giovani. Lo straordinario e inimitabile svedese, primissimi anni ottanta, dopo una sconfitta pesantissima nell'allora San Paolo di Napoli per quattro a zero, si presentò in sala stampa e stupì. Come, del resto, gli capitava spesso, dall'alto di un'intelligenza proibita a molti. Nils, alla prima domanda che, ovviamente, aveva messo il dito nella piaga di quella (presunta) Caporetto, rispose con una frase che gelò tutti: «Oggi ho capito che vinceremo lo scudetto». Era l'ottobre del 1981. La domenica successiva (all'epoca si giocava sempre la domenica), la Roma del Barone andò a vincere (4-2) sul campo dell'Inter cominciando a dare concretezza a una stagione che soltanto l'ingiusto (eufemismo) annullamento del gol di Ramon Turone (a casa Juventus come ti sbagli, pure ieri, per dire, a noi è parso che un rigore su Villar ci fosse) fece posticipare di due anni lo scudetto cucito sulla maglia.

Non vogliamo fare paragoni che sarebbero perlomeno irriverenti e giustificherebbero anche qualche insulto, ma vogliamo provare ad attualizzare il paragone dopo la partita di ieri a Torino. Facendo una precisazione obbligatoria. Quella Roma che perse Napoli era stata costruita per inseguire il tricolore. Questa che è andata a sfidare la Juventus a testa alta e guardandola negli occhi, ha come obiettivo stagionale quello di farci tornare ad ascoltare la musichetta della Champions League. E' sempre stato questo l'obiettivo dichiarato da parte di tutti, società, allenatore, calciatori. Uniche eccezioni qualche sonato come chi scrive che al fischio d'inizio della sfida ai bianconeri nel suo capoccione formulava pensieri del tipo, «certo se si vince in casa della Juventus...».

Fatta questa doverosa precisazione, oggi siamo ancora più convinti che l'operazione Champions, cioè quel quarto posto che vuole dire una cifra tra i quaranta e i cinquanta milioni di euro, sia un obiettivo che si può centrare. Per una ragione sostanziale e che ne può comprendere altre cento. Ovvero la Roma che abbiamo visto giocare sul campo della Juventus, è una squadra nel senso più pieno della parola. Certo, con i suoi limiti, come per esempio, soprattutto nelle sfide contro le grandi, di non essere prolifica in zona gol, anzi quasi asfittica, cioè non sempre capace di trasformare in occasioni da gol e quindi gol il tanto gioco che produce in campo. E' un limite importante, ce ne rendiamo conto, ma siamo pure consapevoli di un'altra cosa. Fonseca a Torino è stato costretto a presentarsi con Zaniolo e Pedro a casa, Pellegrini ed El Shaarawy in tribuna, Dzeko in panchina perché non c'è neppure bisogno di spiegarlo. A pensarci bene è tanta roba, soprattutto a livello offensivo, fermo restando che se la Juventus si mette in campo facendo la provinciale, sarebbe difficile per chiunque buttare il pallone in fondo alla rete. La Roma ieri la partita l'ha fatta dal primo all'ultimo minuto, gli è mancata la scintilla che, ne siamo convinti, ci sarà quando in campo potranno andare anche Pedro, El Shaarawy, Pellegrini e pure Zaniolo sperando che per fine marzo, inizio aprile si concluda il suo secondo calvario da crociato.

Tutto è stata, quella di Torino, meno che una Roma da bocciare. Le precedenti sconfitte erano state molto diverse, in particolare derby e Napoli, a Bergamo per un'ora i giallorossi avevano fatto bene ed erano in vantaggio. È da queste basi di gioco e senso di squadra che Fonseca e i giallorossi dovranno ripartire, da subito, dalla prossima contro l'Udinese all'Olimpico. E si dovrà ripartire anche dal senso di squadra che la Roma ci ha fatto vedere anche fuori dal campo. El Shaarawy e Pellegrini che prendono l'areo con i proprietari per presentarsi allo stadio da tifosi è il segnale di un gruppo che vuole ottenere quello che gli è stato richiesto. E vedere Ryan Friedkin alzarsi dal seggiolino e tifare con tanto di pugnetto in occasione di un attacco dei giallorossi, è stato un ulteriore segnale di una Roma, dalla testa ai piedi, che vuole andare oltre tutti quei pronostici di precampionato che la sistemavano tra la sesta e la settima posizione. Siamo quarti, questa Roma ha tutto per rimanerci. Anzi, per un sonato come chi scrive, se si vincono le prossime tre... Capiamo gli insulti.