Il vento in faccia a Sebastiano Nela detto Sebino ha levigato il bel viso da indio, ha temprato il carattere sardo-genovese e ha ripulito l'orizzonte di un'esistenza trascorsa "correndo correndo", ora inseguendo sogni spesso realizzati ora scappando dai fantasmi che ne assediavano l'anima. Non risponde alla domanda se sia mai stato felice (soddisfatto/innamorato/sereno) neanche nel bellissimo libro scritto (con) da Giancarlo Dotto, qui al suo massimo cimento (gli si addice particolarmente il racconto delle anime belle e devastate, meno l'analisi calcistica che spesso gli richiedono). Del libro, edito da Mondadori, pubblicheremo nella prossima uscita in edicola anche un ampio stralcio. Intanto ci ha dato l'impulso per tornare a sentire un vecchio amico del Romanista. La sua voce, anche al telefono, arriva calda e raschiosa.

Ciao Sebino, come stai?
«Bene, dai».

Ok, approfondiamo. Partiamo dal punto di vista lavorativo.
«Il mio contratto con la Roma è scaduto e non mi è stato rinnovato, avrei dovuto assumere la direzione di una scuola calcio qui a Roma, ma per via del Covid non se n'è ancora fatto niente, quindi mi diverto a fare radio e tv. Ovviamente in questi mesi mi sono dedicato al libro».

Complimenti a te per i pensieri e a Giancarlo Dotto per la scrittura. Il libro è bello e lo consigliamo a tutti i nostri lettori. Tu ti sei messo a nudo volentieri?
«È diventato tutto più facile da quando ho deciso di accettare la proposta: con Giancarlo ci siamo visti a pranzo e a cena, col registratore in azione e un buon bicchiere di vino, e poi al resto ha pensato lui. Difficile è stato prendere la decisione. Lui mi diceva sempre che solo lui avrebbe potuto raccontarmi. Poi mi intervistò per il Corriere dello Sport e il giorno dopo lo chiamò la Mondadori per chiedergli di farne un libro. Così in pochi giorni mi hanno convinto».

Non deve essere stato facile aprirsi con il tuo carattere.
«Io ho preso il carattere di mio padre, le regioni della mia natura c'entrano molto in quello che sono, un misto di Liguria e Sardegna. A 60 anni si può anche fare una cosa del genere. Mio padre buttava tutto dentro senza parlare mai con nessuno, ma alla fine si scoppia. Io non avevo niente da nascondere, mi piaceva l'idea di raccontarmi e ho pensato semplicemente che fosse arrivato il momento. In fondo mica ho mai ammazzato nessuno».

Ammazzato no, ma uno l'hai ferito. In un brano racconti come tu abbia sparato ad uno spacciatore che non lasciava in pace la tua compagna di allora.
«Dai, lascia stare. Tanto ne parlo diffusamente nel libro».

Lasciamo stare, e chi vuole la leggerà sul libro, ma certo la scena è raggelante.
«Fu un colpo tirato con coscienza, in ogni caso, non tirato a caso. È andata così, non me ne sono pentito».

Del cancro che hai avuto ne parli, ma in maniera discreta.
«Non ho mai avuto problemi a parlarne. Basta con questa storia che siamo invincibili. Avevo già esperienza di questa malattia perché la mia famiglia ne è stata devastata. Papà è morto dieci anni fa di cancro, suo fratello, mio zio, se n'era andato prima di lui, mia sorella ci ha lasciati quattro anni fa, l'altra sorella ci combatte da dieci anni: non era una malattia sconosciuta. Certo non è stato facile, due anni e mezzo di chemio, una bella battaglia, ma sono cose che capitano, io sono un uomo e le affronto, non è il mio status di calciatore a cambiare le cose, non ne faccio un mistero, ci sono state nottate terribili, passate con la testa nel wc a rimettere l'anima, ti cambia l'umore, ma poi si supera se reagisci. Ancora oggi ogni 5-6 mesi mi sottopongo a cure e visite perché va sempre tenuto sotto controllo. Al momento il tumore non c'è più».

È un nemico che si può battere?
«Purtroppo nessuno lo sa. Resta uno solo uno il messaggio fondamentale da far passare: la prevenzione. Questa può far risparmiare un sacco di vite. E noi uomini siamo più negligenti in questo. Quanto volte ci capita di dire "Vabbé, magari la prossima settimana vado a fare un controllo", poi passano i mesi e andiamo avanti così. Le donne forse sono più attente. Il mio prof me lo dice ancora oggi che io mi sono salvato per 48 ore. Appena fatto l'esame al colon mi operarono d'urgenza. Se avessi aspettato ancora forse oggi non lo racconterei. Ecco perché ora lo dico forte e chiaro: la prevenzione è l'unico rimedio sicuro contro il cancro».

Tu però non hai mai perso il tuo aspetto fiero e orgoglioso. Sei stato bravo a non farti vedere o il tuo fisico ha reagito bene?
«Purtroppo ci sono stati momenti brutti, ho delle fotografie del compleanno di mia figlia in cui fatico oggi a riconoscermi, mamma mia. Ma non mi sono mai fermato, andavo a lavorare sempre con un angelo custode pronto ad ogni evenienza, mi sono sempre tenuto impegnato e questo mi ha aiutato molto».

Hai seguito un po' il percorso della malattia di Mihajlovic?
«Non ho letto il libro, ma ho seguito le interviste e tutto il resto. Sono momenti delicati, gli va tutta la mia solidarietà».

Hai mai pensato che ci potesse essere una correlazione tra alcune sostanze che venivano date ai calciatori e alcuna degenerazioni cellulari che ne hanno fatto ammalare così tanti?
«Ho letto diverse teorie sulla Sla, per l'incidenza così alta tra i calciatori, non per i semplici tumori. A livello di medicine, per la mia esperienza, tra Genova, Roma e Napoli non è mai girato niente di strano, solo il Micoren è finito sulla black list, erano queste palline rosse (poi diventato un liquido) che ci davano e che, dicevano, servivano a "rompere" prima il fiato».

Parlando più di calcio, hai vissuto due divorzi con la Roma. Uno da calciatore e uno, recentissimo, da dirigente. Nel libro ne parli, soprattutto del primo. Scrivi che tutto cambiò da quando ti rifiutasti di sottoscrivere un documento contro Ottavio Bianchi. In ogni caso sono due ferite aperte?
«Sono state due separazioni diverse. La prima fu particolarmente pesante, io avrei voluto chiudere la mia carriera nella Roma. Sono convinto che se fossero rimasti i Viola io oggi sarei ancora direttore generale della società o comunque avrei un incarico importante. Poi come spesso accade, e non dico che non sia giusto, cambiano i dirigenti, cambiano le persone e la vita continua da un'altra parte. Un giorno fummo chiamati sia io sia Rudi Voeller e ci avvisarono che per noi stava tirando una brutta aria. Venne Boskov e fin dall'inizio ci aveva messo in disparte. Poi Bianchi andò al Napoli e io lo seguii a novembre. Ma non doveva finire così, meritavo di finire la carriera alla Roma, almeno ancora per un paio d'anni. Questa da dirigente mi è dispiaciuta, ma niente a che vedere. Anzi, ringrazio Mauro Baldissoni che mi ha dato la possibilità di rientrare prima con un incarico e poi da dirigente della squadra femminile, poi ci sta che le società cambino. Da parte mia non sentirete mai dire nulla contro la Roma. Hanno avuto uno sfogo sui social le mie figlie poverine perché sapevano che ci ero rimasto male. Ma io capisco e non mi permetto di dire niente di avverso alla Roma. L'unica cosa di cui mi rammarico è che quanto meno per il cognome e per il passato mi sarei meritato una convocazione in sede per parlarne e non attraverso una semplice telefonata com'è capitato. Ma ormai è acqua passata».

Dalle tue telecronache e dalla conoscenza che hai di squadre e calciatori, verrebbe da pensare che avresti potuto fare tranquillamente l'allenatore. Perché non ci hai mai provato?
«Te lo spiego. Io cominciai subito a lavorare in tv e per mia cultura personale, ho seguito tre corsi da allenatore. Uefa B, Uefa A e il Master, oltre a quello da direttore sportivo. In pratica ho passato tre estati a Coverciano. Volevo capire bene tutti gli aspetti del calcio che magari solo da calciatore ti sfuggono. Il ds ho anche cominciato a farlo in C con Gaucci a Viterbo, e abbiamo anche ottenuto una promozione. Dopo il master mi hanno avvicinato anche diversi club per allenare nelle serie minori e sinceramente non me la sono sentita di rinunciare al ruolo da commentatore per star dietro magari a dirigenti o presidenti poco preparati e far decidere a loro il mio destino. Così ho continuato a fare tv e ho lasciato perdere il resto. In ogni caso l'allenatore non sarebbe stato il mio futuro. So che cosa sono i calciatori e non mi sarebbe mai piaciuto fare il tecnico. Semmai mi piace la parte dirigenziale».

Ad esempio da dirigente come avresti affrontato la vicenda Dzeko-Fonseca?
«In certi casi una società ha l'obbligo di intervenire. Questo è un anno di straordinaria importanza, in una stagione dove l'accesso alla Champions League è così complicato, queste cose vanno subito risolte. Si prendono i contendenti, ci si siede a un tavolo, magari in una saletta di un ristorante mangiando qualcosa, e le cose si ricompongono. In un modo o nell'altro. La cosa importante è che quando accadono queste cose nessuno deve pensare solo a se stesso. Qua c'è una società e soprattutto c'è un popolo a cui devi rendere conto. Se pensi solo a te stesso è finita. Il bene comune è l'As Roma».

Di Fonseca che idea ti sei fatto?
«Mi sembra una persona molto per bene. Non so quanto abbia inciso sul mercato. Per esempio, visto che è portoghese pensavo che avrebbe potuto consigliare qualche giocatore di quelle parti, o magari qualche ucraino, anche per poterlo giudicare meglio. Parlando con chi lo conosce molto bene, si capisce che ha un'idea del gioco molto chiara, di dominio, ma magari non sempre ha avuto i giocatori adatti per poterlo fare. A mio avviso il vero Fonseca ancora non s'è visto».

Per arrivare a Pirlo uso uno stratagemma. Ti chiedo di Falcão. Nel libro non traspare la tua simpatia per il brasiliano. E sostieni che sul campo Pirlo fosse stato migliore.
«Non credo di aver detto proprio così. Sicuro?».

Ti leggo il passo: "Andrea Pirlo, più recentemente, era un tipo così, aveva due piedi... che, mamma mia! Con lui siamo a livelli pazzeschi. Falcão, be', insomma, di piedi ne aveva uno e mezzo. Il destro eccellente, con il sinistro faceva poco. Possiamo discuterne all'infinito, ma io dico che Pirlo è stato più forte di Falcão in quel ruolo".
«Parto da una premessa: l'episodio del rigore non tirato nella finale di Coppa dei Campioni mi ha toccato nel profondo, non mi è andata giù. Giancarlo è amico di Paulo e a lui ha ammesso l'errore di non averlo tirato. Però, cavolo, sono passati 40 anni, potevi pensarci prima... Meglio tardi che mai. Con Paulo ci ho scherzato nel libro. Liedholm gli permetteva qualsiasi cosa, è arrivato come un grande fuoriclasse e gli veniva concesso tutto. Si gestiva da solo. E non mi piaceva questo scarso senso del gruppo. Indubbiamente è stato importante per noi. Ma dico che non ha vinto da solo, non può passare questo messaggio. Zico a Udine non ha vinto. Junior a Torino o a Pescara non ha vinto lo scudetto. Forse a Roma c'erano anche altri 7-8 giocatori di un certo livello, altrimenti da solo non avrebbe potuto vincere un titolo. Quanto a Pirlo, è stato un giocatore straordinario. Paulo era più dinamico, partiva dal portiere e te lo ritrovavi a tirare in porta. Era anche bello da vedere, elegante, carismatico. Ma a livello tecnico forse Andrea aveva qualcosa in più».

Come allenatore Pirlo ti piace?
«Intanto ha la fortuna di allenare in una struttura "protetta" e ha sicuramente una squadra di livello superiore. In ogni caso sta andando bene. E se anche commettesse qualche errore glielo si può anche consentire. I giudizi lasciamoli più avanti. Se la Juventus dovesse arrivare quinta magari qualche problema ce l'avrà. Ma non mi pare obbligato a vincere pena l'ignominia».

Di Gattuso nel libro parli molto bene. Tra Rino e De Laurentiis ti schieri con lui?
«Non bisogna essere necessariamente con uno contro l'altro. Bisogna conoscere anche il presidente. Gattuso l'ho ammirato da calciatore, è uno che aveva la grande dote di lavorare più degli altri per migliorarsi sempre di più. Ho letto i suoi sfoghi, sono comprensibili. Vorrebbe una squadra come lui, magari ci si arrabbia. La situazione adesso è delicata, quando presidente e allenatore cominciano ad andare in contrasto è dura. Anche al Milan due anni fa stava facendo benissimo con una squadra normale, se non è andato in Champions è stato perché Piatek e Calhanoglu hanno smesso di fare gol a un certo punto. Rino non è certo uno scarso».

Non ti chiederò di Agostino e del suo travaglio, non ti chiederò di Aldair, di Prohaska, di Cerezo che girava col suo cuscino per dormire bene o della delusione che ti ha dato Rudi Voeller. Chi vuole comprerà il libro e leggerà. Ma ti chiedo ancora un paio di cose, su due pianti. Uno riguarda le lacrime di commozione di Pruzzo ad una cena con i reduci dello scudetto del 1983, tanti anni dopo. Dici che col microfono in mano, rivolgendosi a voi, si è commosso dopo aver detto "Forse non vi rendete bene conto che cosa abbiamo combinato quell'anno"...
«Guarda, chiunque viene qua dice che questa è una piazza difficile, dove non si vince per colpa dell'ambiente. Io dico il contrario: due volte che sono state costruite due squadre forti, due volte hai vinto. Equazione semplice. Roma è la piazza più bella del mondo dove poter giocare. Il libro ha uno spirito: siamo amati, come calciatori, ma in quanti ci conoscono realmente come persone? Pochi. E quell'episodio col bomber è indicativo. Uno se lo immagina musone e orso, eppure tanti anni dopo ancora si commuove per uno scudetto. La gente ancora ci ama perché in quegli anni è finita l'epoca della Rometta, la Roma è entrata tra i grandi, dove ancora si colloca. Il bomber ancora se ne stupisce».

L'altro pianto che colpisce è la tua reazione dopo il crollo del Ponte Morandi.
«Un pianto condiviso con tutti i genovesi. Era il nostro ponte. Le immagini sono state terribili. Mia cugina ci è passata sopra alle 11 della sera prima del crollo. Sono morte tante persone. Una tragedia collettiva. Io per Genova sto male ogni anno, dall'altra tragedia dell'alluvione del 1970 e ogni anno d'inverno si diffonde la preoccupazione per tutta quell'acqua che viene giù, per giorni e giorni, per questo matrimonio tra mare e montagna. Onore al merito di sindaco, governatore e tutti quelli che ne hanno costruito un altro così in fretta».

L'ultima battuta è sulla tua competenza. Racconti che provasti a dissuadere Sabatini dall'acquisto di Iturbe.
«Sì, gli avevo espresso le mie perplessità. Lo avevo visto tre-quattro volte a Verona, mi ero accorto che non era capace a dribblare. Ma lui è andato dritto... Però Walter resta un fenomeno».