«Onore al grande Renato». Firmato, "Cucs". Curva Sud, 6 gennaio 1991, pochi minuti prima di Roma-Cagliari, pochi giorni prima l'anniversario del Commando Ultrà (ricordato da un altro striscione), pochi giorni dopo la morte di Renato Rascel, avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1991. La Roma l'ha ricordato ieri, in occasione del trentennale dalla morte di uno dei più grandi uomini di spettacolo che l'Italia abbia mai avuto e di un grandissimo tifoso romanista. Forse l'antesignano del "Tifoso Vip", con la differenza che poi spesso il "Tifoso Vip" è diventato quello che discute la Roma per avere visibilità, mentre lui lo divenne urlando a teatro che «la Roma non si discute, si ama», pochi minuti dopo la retrocessione. 17 giugno 1951, cinquant'anni prima di un altro 17 giugno.

Certo, l'ha discussa anche lui: Gianfranco Zigoni racconta che si arrabbiasse con Herrera quando non lo faceva giocare, ma Renato Ranucci, nato nel 1912 per puro caso a Torino e battezzato in Piazza San Pietro quindici giorni dopo, per la Roma ha sempre avuto una passione genuina e alla Roma ha sempre dato, senza mai chiedere in cambio né vittorie, né visibilità, né altro.

Anche lui, come Attilio Ferraris, cresciuto a Borgo Pio sotto la guida di Fratel Porfirio, nume tutelare della Fortitudo. «Renato Ranucci, te l'ho detto tante volte, non se tirano i sassi piccoli, se tirano quelli grandi così», gli diceva il religioso. «Ma io non ce la faccio a tirare quelli», rispondeva lui. «Apposta». Gioca ala destra nei Boys della Fortitudo e, naturalmente, nel 1927 diventa romanista.

Un anno dopo il «non si discute, si ama», si recò a Piazzale Clodio per ascoltare dagli altoparlanti la radiocronaca di Verona-Roma. Serviva un pareggio per tornare in Serie A. «La folla era muta negli ultimi minuti quando il Verona attaccava - ha raccontato tre anni dopo - Avevo lo sguardo costantemente sull'orologio a contare i minuti e i secondi che ci dividevano dalla fine di quel calvario. Alla fine ricordo l'esplosione di giubilo che invase la folla, come se fosse stato mio merito. Fui preso da centinaia di tifosi, sollevato in aria, portato in trionfo. Tutti inneggiavano alla nostra grande Roma, e ricordo perfettamente, versai tantissime lacrime di gioia». Pochi anni dopo, nel 1954, predirrà un grande futuro a un gigante piccolo come lui: Giacomo Losi. «Mi piace questo terzino». Aveva anche una certa competenza, evidentemente.

Al fianco della squadra

Scendeva negli spogliatoi per festeggiare i giocatori dopo le vittorie, famoso è l'episodio del 31 dicembre 1961 dopo Inter-Roma 0-1, e il suo «Manfrediniiiii!» urlato a teatro poche ore dopo, di fronte al pubblico milanese. Il 15 maggio 1983 rimase a lungo fuori dalla porta dello spogliatoio per aspettare Falcão, ma una volta scese anche per rimproverare Lojacono, che non aveva rispettato i tifosi durante una partita contro il Catania. Lo rivediamo scherzare con Zeffirelli durante il Roma-Fiorentina di quella stagione, tra un gol di Bruno Conti, altro gigante piccolo come lui, e l'altro. Lo immaginiamo, mentre compone testi e musica, pensare alla Roma.
Ha trasformato la sua, immortale, "Arrivederci Roma", in "A riveder la Roma", sull'onda dei tanti derby vinti tra la fine degli Anni 50 e i primi Anni 60. «A riveder la Roma / domenica si va / per veder Tessari che se butta / e pe' rivedere la sconfitta / della Lazio stesa in fretta in fretta /zero a tre!».

Ha fatto parte del comitato d'onore delle celebrazioni per i 40 anni della società e di una commissione per scegliere un inno, sempre nel 1967. Poi nel nostro inno ci è finito lo stesso, perché il titolo dell'immortale "Roma, Roma, Roma" è in realtà "Roma (Non si discute, si ama)". Fu tra i primi a dare il suo obolo durante la colletta del Sistina. «Se ho avuto una rivale nella mia vita, è stata la Roma», ha detto qualche anno fa la vedova, Giuditta Saltarini. Non se la sarà presa, però, nel vedere ieri il suo Renato omaggiato dalla società. E magari anche lei sarà tornata "a riveder la Roma".