L'ultimo titolo dell'anno 2019 del Romanista è stato "Ma noi saremo qua". Un anno fa non potevamo certo sapere che stavamo invece andando incontro a durissimi mesi di gravissima crisi e relativo distanziamento sociale, noi che eravamo abituati a esserci, sempre e ovunque, e che proprio quel 1° gennaio affollammo il Tre Fontane per salutare il primo allenamento dell'anno nuovo, così pieno di speranze.

Nel suo editoriale di inizio 2020 il Mahatma Cagnucci avvisò: «Né a Boston né a Houston, la Roma è al Tre Fontane». Fonseca arringò i 2.600 tifosi presenti: «Spero siate orgogliosi come noi lo siamo di voi». A bordo campo il Ceo Fienga e il Ds Petrachi seguirono le esercitazioni discorrendo amabilmente. Di lì a pochi giorni la Roma si sgretolò.

In campionato quella squadra fu capace di perdere cinque delle prime sette partite dell'anno. Ci rimandarono a casa delusi Torino, Juventus (in campionato e in Coppa Italia), Sassuolo, Bologna e Atalanta, prima di una mini reazione che ci portò a passare il turno con fatica in Europa League battendo di misura i belgi del Gent e poi rifilando quattro reti a testa a Lecce e Cagliari, alla vigilia dello stop per pandemia che ha paralizzato il mondo e impedito a tutti i tifosi di assistere dal vivo ad un anno intero di partite della propria squadra del cuore. Ma quali errori sono stati commessi in quei giorni per veder trasformata la splendida Roma fine 2019 con quella orribile di inizio 2020?

L'illusione di fine anno

La Roma giocò l'ultima partita dell'anno il 20 dicembre a Firenze asfaltando la Fiorentina: 4-1 con reti di Dzeko, Kolarov (con tanto di esultanza provocatoria verso i tifosi), Pellegrini e Zaniolo. Sul Romanista celebrammo come si conviene quella festa di romanismo avvenuta davanti a 2000 tifosi ubriachi di felicità. Cogliemmo anche un suggestivo riferimento iconografico: il 2019 si era infatti chiuso nella maniera migliore sullo campo in cui all'alba dello stesso anno la Roma era stata tramortita dalla Fiorentina di Pioli, quel 7-1 in Coppa Italia che fece sprofondare la squadra che pochi mesi prima Di Francesco aveva portato sul tetto d'Europa.

Chiudere così il 2019 ebbe il romantico sapore del lieto fine, e aprì il 2020 alle prospettive più giallorosee che si potessero immaginare. Negli stessi giorni, poi, riprese vigore la trattativa che avvicinò definitivamente Friedkin a Roma. Erano vicini i giorni delle firme e proprio a febbraio, prima della pandemia, si arrivò persino ad un accordo. Ma poi la crisi mondiale rimise ogni firma in discussione e per diverse settimane dell'imprenditore texano non si ebbero più notizie. Anche Petrachi sembrava saldissimo sulla sua poltrona. Quella squadra che cominciava a carburare l'aveva costruita tutta lui e in quei giorni di fine anno gliene si riconobbe il merito.

La superbia del 2020

Che cosa non ha funzionato, dunque, in quell'inizio di 2020? Forse ci fu un po' di superbia nella Roma che il 5 gennaio riaprì le ostilità della stagione affrontando il Torino. Nella conferenza stampa del giorno prima, da Fonseca arrivarono le consuete dichiarazioni di responsabile fiducia: «La squadra si è allenata bene, non è giusto creare pressioni sui trofei da vincere, abbiamo appena cominciato un nuovo processo, pensiamo solo al Torino e proviamo a battere loro».

Ma alle prime difficoltà del giorno successivo, contro il Torino all'epoca ancora di Mazzarri, ma più o meno con gli stessi giocatori a cui la Roma ha appena rifilato tre gol, la squadra di Fonseca rispose male, e il resto lo combinò l'arbitro Di Bello, con un atteggiamento persecutorio nei confronti dei romanisti (ne ammonì sei, tra cui Fonseca, e non concesse un rigore solare alla Roma con relativa, conseguente espulsione di Izzo già ammonito). Non bastarono 31 tiri per segnare un gol a quella squadra in difficoltà (e Mazzarri ad inizio febbraio fu esonerato).

Mai crogiolarsi nelle certezze

Qualche piccolo segnale di cedimento comincio a rigare le ambizioni romaniste. Una settimana dopo all'Olimpico arrivò la Juventus, e fu una serata drammatica: non tanto per i due gol in 10 minuti della Juve che chiusero molto presto la sfida (nonostante un generoso ritorno della Roma che riuscì a metà del secondo tempo a dimezzare lo svantaggio con Perotti su rigore), quanto per il drammatico infortunio di Nicolò Zaniolo, primo infausto presagio di una stagione che stava già per far calare il sipario sulle ambizioni della Roma.

Se una lezione, dunque, vogliamo trarre da quello che accade nello scorso campionato ci arriva essenzialmente dalla consapevolezza che niente è dovuto a nessuno. E nel calcio, un po' come accade nella vita, quando ti crogioli sulle tue certezze è il momento che non ti accorgi dei rischi della tua camminata disinvolta in un percorso sempre molto accidentato.

Quei segnali nei blackout

Ma questa è solo teoria, la pratica spetta sempre a chi va in campo. È un po' come nei discorsi sui black out della Roma. Se fai tre gol a qualcuno non pensi mai che la causa sia nell'appannamento improvviso degli avversari, ma se sei tu a subirli, e non hai il coraggio di capirne le reali conseguenze, e dai la colpa al destino avverso, non impari mai la lezione. Nelle sconfitte di Napoli e di Bergamo (e, in parte, anche in quella di Sofia) sono evidenti le responsabilità di chi sul campo, nei momenti chiavi delle sfide, ha lasciato qualcosa invece di dare tutto se stesso.

È vero che il calendario oggi propone alla Roma sei partite all'Olimpico delle prossime sette ufficiali. Ed è vero che l'Olimpico è uno stadio da tempo molto avaro con le avversarie della Roma. Ma crogiolarsi su questo sarebbe il primo passo per rivivere gli incubi già vissuti ad inizio 2020. Domenica a Roma verrà la Sampdoria di Ranieri e ogni romanista sa quanti circuiti suggestivi innesterà questa sfida, in tema di delusioni sofferte. Non cadiamo negli errori di sempre...