Non si amano. Non solo in campo. Soprattutto, Roma e Napoli, non si amano all'esterno de rettangolo di gioco. Prima Pallotta, ora i Friedkin da una parte; De Laurentiis dall'altra. Negli ultimi anni gli scontri tra le dirigenze non sono stati pochi, qualcuno anche parecchio acceso. Non solo per questioni di mercato.
Tutto è cominciato quando, un paio di anni fa, iniziò la trattativa per Manolas.

Per dirvi: alla fine di quell'infinito affare, concluso a poche ore dal gong del trenta giugno che fissava il termine per la possibilità di fare plusvalenze per il bilancio di quella stagione, un alto dirigente giallorosso ci disse testualmente: «Mai più al tavolo per una trattativa con De Laurentiis». Non è stato così, ma le scorie sono rimaste. Conseguenza proprio di quella trattativa per il greco che rischiò di saltare all'ultimo momento. Perché De Laurentiis, ormai lo sanno un po' tutti, quando si mette in testa una cosa, magari anche contro la matematica delle cifre, è difficile che cambi idea.

Ricordiamo. Manolas sul suo contratto con la Roma aveva una clausola rescissoria fissata a trentasei milioni. Chi lo voleva, con il consenso del giocatore, doveva versare quella cifra e se lo sarebbe preso. Come fece proprio De Laurentiis, quando cedette Higuain alla Juventus e Cavani al Paris Saint-Germain, pretendendo fino all'ultimo euro delle sue clausole, oltre novanta milioni per l'argentino, sessanta e spicci per l'uruguaiano. Quando però c'è stato da pagare, per il presidente del Napoli quelle stesse regole sembrava che non valessero, al punto che rilasciò anche alcune dichiarazioni non proprio carine nei confronti di Manolas. Ci furono momenti molto tesi al tavolo della trattativa.

In particolare riguardo alla valutazione di Diawara che la Roma, su precisa indicazione di Fonseca, aveva accettato di inserire in uno scambio che, però, doveva prevedere un conguaglio a favore del club giallorosso. Volarono anche parole grosse, conseguenza pure di rapporti complessi tra il Napoli e il procuratore del greco, Mino Raiola, con De Laurentiis che chiedeva al difensore di decurtarsi l'ingaggio pattuito per consentire di inserire quei soldi risparmiati nella trattativa per il suo cartellino. Si rischiò la rottura. Anzi, nella mattinata di quel trenta giugno si arrivò alla rottura. Tutto saltato. Al punto che la Roma, che aveva un bisogno maledetto di garantirsi la plusvalenza con il greco, in quelle ore concitate cercò di mettere in piedi un'alternativa. Chiamando il Marsiglia. Chiedendo indietro Strootman e offrendo in cambio Marcano (lo ricordate?) dando a quest'ultimo una valutazione folle, trenta milioni, garantendo comunque un conguaglio al club francese.

A risolvere la questione fu Mino Raiola. Che in un confronto con De Laurentiis riuscì a convincerlo a pagare i trentasei milioni della clausola, riuscendo, nello stesso tempo, a far salire la valutazione del cartellino di Diawara a ventidue. Quell'affare si chiuse in extremis con un bel sospiro di sollievo da parte di tutte le parti in causa.

Ricordato che pure per la cessione di Mario Rui non fu una passeggiata e anche i ripetuti tentativi di strappare Veretout alla Roma da parte del Napoli hanno lasciato scorie, l'ultimo episodio di questa contrapposizione tra le due società è recentissimo. Ovvero ultimo mercato estivo, la Roma è disposta a cedere Dzeko alla Juventus, ma soltanto a patto di poter prendere Milik in rottura con il Napoli e con un solo anno di contratto con De Laurentiis. Dopo infiniti incontri, offerte e controfferte, l'affare sembrava chiuso sulla base di ventisette milioni complessivi, comprendenti cinque milioni di valutazione di due giovani della Primavera giallorossa (Modugno e Meloni) e cinque milioni di bonus, facili però. Troppo facili per la nuova proprietà targata Friedkin, che all'epoca da pochi giorni era subentrata alla gestione di Pallotta. Fu proprio il presidente Dan a stoppare l'affare, facendo chiedere dai suoi uomini uno sconto di cinque milioni su quanto pattuito, altrimenti non se ne sarebbe fatto niente. Appunto, non se ne è fatto niente. E la cosa, soprattutto a Napoli, non l'hanno presa bene.

Non solo mercato, dicevamo. Lo scorso luglio, infatti, lo ricorderete, la Roma andò a giocare a Napoli in quella che poi è stata l'ultima sconfitta italiana dei giallorossi (tocchiamo ferro). Il club campano nei giorni successivi denunciò la Roma perché all'interno dello stadio che ora dobbiamo abituarci a chiamare "Diego Armando Maradona", la dirigenza giallorossa non aveva fatto rispettare l'obbligatorio distanziamento sociale.

Denuncia che portò all'inibizione del dottor Fienga, ma anche a un contro-esposto della Roma che ha denunciato gli insulti rivolti ad alcuni membri della comitiva romanista, in particolare a Gombar, responsabile della sicurezza. Una vicenda che ha visto la chiusura delle indagini e c'è aria di un deferimento per il club azzurro. Ci si potrebbe vedere, insomma, presto in tribunale. Intanto oggi ci si vedrà in campo e speriamo che quella di luglio possa continuare a essere l'ultima sconfitta italiana della nostra Roma.