Entrare nello studio di Lino Banfi, nella sua casa romana vicino piazza Bologna, e respirare oltre sessant'anni di carriera, tra teatro, cinema e tv, è un po' come entrare nel museo di un grande club che espone, nelle locandine di tutti i suoi film e nelle foto che lo ritraggono con personaggi illustri di ogni ambito, una sfilza di trofei a perdita d'occhio. Come quelli che, alla carriera, ha vinto uno dei suoi personaggi più celebri: Oronzo Canà.

Il mito Canà, il protagonista de L'allenatore nel pallone, un film che nel 1984, per la regia di Sergio Martino e con un cast composto da Gigi Sammarchi e Andrea Roncato, tra gli altri, ha dissacrato il calcio, una parodia del calcio che non celebrava e non offendeva nessuno, ma raccontava la verità con comicità. E riuscendo laddove nessuna pellicola sul mondo del pallone, neanche le più riuscite come Il presidente del Borgorosso Football Club (con un certo Alberto Sordi), era riuscita. Diventare cioè un cult. E poi, 36 anni dopo, un libro - "Siamo tutti allenatori nel pallone", a cura di Marco Ercole, con la prefazione di Picchio De Sisti - pieno di aneddoti, curiosità e interviste ai protagonisti e a personaggi minori di un film che tutt'ora conserva intatto il suo fascino.

Come è nata l'idea di un libro su questo film cult?
«Tutto è partito quando Marco Ercole si è presentato qui e mi ha detto che stava raccogliendo di tutto sul film. Lui mi ha stimolato l'idea di farne un libro, avrebbe potuto farlo per conto suo, un insieme di curiosità e interviste di quelli che hanno fatto il film di Banfi, giocatori veri e finti e non era male come idea, ma forse non avrebbe avuto lo stesso richiamo che ha stimolato me. Diciamo che ha trovato il terreno fertile in me. Poco tempo prima The Guardian con una giornalista italo-inglese aveva parlato de L'allenatore nel pallone, esaltando alcuni aspetti tra i quali il modo con cui trattammo il tema del razzismo. Mi ha fatto piacere e ho pensato, giacché c'è questa cosa e questo vecchio "raghezzo" verrà a scrivere qualcosa sul film, lo rinfreschiamo e lo facciamo diventare libro. Ho detto all'editore di comprare i diritti del manifesto del film, abbiamo fatto qualche piccola correzione, l'abbiamo attualizzato con la mascherina. Tutti mi dicono: mi sono messo e in mezz'ora l'ho letto!».

Come è diventato un cult?
«Perché uno può fare un film sul mondo del nuoto, anche quello è molto seguito, o sul tennis, però non è calcio, che è uno sport più vissuto da tutti, con quello che urla, quello che bestemmia, quello che sta calmo, quelli che a casa non vedono l'ora di vedere la partita. C'è sempre stato più casino intorno al calcio. Non era un "fetto" eccezionale che un attore facesse la parte di un allenatore, mi venne da pensare a questo signore di Turi (Oronzo Pugliese, a cui è ispirato il personaggio di Oronzo Canà, ndr), provincia di Bari, me ne parlò il mister dei mister, che era per me Liedholm, durante un viaggio. Allora mi illuminai e pensai: questo è un personaggio mio da fare, il calciatore non ho il fisico per farlo, non l'ho mai fatto. Ma l'allenatore mi calzava: vedevo qualche allenatore che non era giovanissimo ed era in carne, quindi non stavo fuori luogo e così nacque l'idea. Ma quello che è più piaciuto alla gente, e devo dire che è nato molto da me più che dalla sceneggiatura, fu la simpatia per le persone di un altro colore, per i giocatori stranieri, per l'affetto che si deve avere per queste persone che non hanno i genitori in Italia, anche se sono divi e ricchi più di altri. Questo mi venne in mente allora, per quello nacque la scena della ninna nanna cantata ad Aristoteles. Questo credo sia uno dei fattori».

È un film che piace a tutti, trasversale.
«Delle volte mi rendo conto delle tre generazioni che mi vogliono bene, la terza, quella dei bambini che ora possono avere 18 o 20 anni, è stata conquistata con "Un medico in famiglia" e credo sia quella che ha consolidato il mito di Banfi. Ma poi molti di questi della terza generazione hanno visto il film di Canà perché glielo faceva vedere il papà o la mamma. Si sono abituati a vedere il 5-5-5 o la "bizona", sorridono, e semmai lo fanno vedere al fratellino. Per questo ai giovani dico "fate qualche figlio in più", altrimenti tra vent'anni non ci saranno più nonni. Ci sarà la festa dello zio, del "cogneto", e non quella dei nonni».

"L'allenatore nel pallone": Oronzo Canà portato in trionfo dai gemelli

Sarebbe possibile "L'allenatore nel pallone 3" con il calcio di oggi?
«Oggi siamo arrivati al massimo della tecnologia, assurdamente moderna. Quello del ct Mancini, assente dalla Nazionale per Covid, è l'esempio lampante. Era collegato da casa e diceva "cambia quel giocatore", con un altro che segnava le cose, a distanza di 400-500 km, chi l'avrebbe immaginato una volta? Poi, col chiasso degli spalti e del campo, i mister di un tempo erano costretti a fischiare tipo Trapattoni o Mazzone. Ora c'è il silenzio visto che non c'è pubblico, si sente la voce o il verso di qualcuno ogni tanto, non si sa di chi, pare che parlino arabo, non so che dicono. Non ci sono paragoni o parametri da fare, gli allenatori di una volta erano più sanguigni. Può darsi che prima di morire vedrò Fonseca ridere (ride, ndr). Non credo, però, non è il tipo. Liedholm ogni tanto un sorrisetto lo faceva, diceva le parole come Don Lurio, vedevo lui e sentivo Don Lurio. Mentre mi parlava di Pugliese, quella volta in aereo, un po' per il rumore dei motori e un po' perché ho sempre avuto apparecchi acustici, per una mia carenza di udito, non capivo che "chezzo" diceva, però poi ho capito che fare questo film era una bella idea».

Nel libro si percepisce il divertimento degli attori, quanto vi siete divertiti a girare il film? Quale scena l'ha divertita di più?
«Quella inventata al momento con i gemelli, "mi avete preso per un coglione", raccontata tante volte. Erano due belli pesanti, non ci sono più e mi è dispiaciuto molto sapere della loro scomparsa. Mi facevano male davvero alle "pelle". Sul clima che c'era, dovete sapere che nei film se va d'accordo il trittico, le riprese possono durare anche sei anni, ma fai divertire gli altri. Il trittico è composto dall'attore protagonista, dal regista e dal direttore della fotografia. Ci siamo divertiti, avevamo i ritmi giusti, anche se l'unico con cui ho davvero lavorato bene per gli orari è stato Dino Risi, perché non amava molto le pause, perché la pausa dura un'ora… e poi un'ora e mezza, poi due. Quando girammo "Il commissario Lo Gatto" Dino diceva: "Lavoriamo la mattina facciamo senza pausa a orario continuato, invece di dieci fate sette ore. Anche io amo lavorare meno ore, ma più intense, e odio le nottate. Ora ci sono strumentazioni per cui puoi girare alle cinque del pomeriggio e scrivere che sono le tre di notte. Mi sono divertito in tutti i film, ma "L'allenatore nel pallone" certo rimarrà una delle pietre miliari, come diceva Totò».

Che impressione le ha fatto vedere da vicino il Brasile e girare lì?
«Non avevo mai visto le favelas, che poi ho rivisto in Argentina 15 anni fa quando ho girato delle fiction, a Buenos Aires. Anche lì ci sono, ai lati delle città dove vedi in mezzo i grattacieli, tra le otto corsie che qua in Italia neanche le immaginiamo. Ebbi una brutta impressione, però mi gratificò il fatto di aver vissuto quell'esperienza».

Il personaggio di Aristoteles è rimasto nel cuore di tanti. Vi sentite ancora oggi?
«Siamo rimasti in amicizia, anche se io sono di un'altra età. Quando portarono Aristoteles io credevo davvero fosse brasiliano, ma Sergio Martino mi spiegò che l'aveva preso a Roma e che era svizzero. Si mise a palleggiare nello studio di Sergio, aveva giocato davvero a calcio fino alle giovanili dello Zurigo».

Che rapporto ha con il sequel del film del 2008 (sempre per la regia di Sergio Martino) in cui recitarono, tra gli altri, Totti e Buffon? Che differenze ha trovato tra il mondo degli Anni 80 e i campioni del Mondo del 2006?
«Quando le persone sono alle prime armi come attori, come Graziani, Pruzzo, Chierico e Ancelotti non è facile. Erano anche un po' impacciati, non erano abituati alle telecamere come i ragazzi del 2006. Quelli avevano già capito tutto… Erano entrati in un tipo di gioco, quello di fare film su argomenti veri, l'avevano presa a ridere, erano genuini, erano perfetti, Buffon ha fatto benissimo la parte. Totti neanche ve lo dico, il mio "capiteno" è sempre stato un attore nato».

Cosa ha rappresentato per lei Francesco Totti?
«Ancora adesso che non gioca rientra nei discorsi che faccio con mia moglie, che non sta benissimo e non ricorda tante cose, tipo l'altra sera durante la partita dell'Italia mi fa: "Però non ci sono più Totti, De Rossi, quelli erano giocatori, ma perché non giocano più?". Eh, perché stanno diventando vecchi, succede anche nel calcio. Quello che sentivo quando Totti entrava in campo era come se venisse a fare calcio da un altro pianeta, la stessa cosa che intravedevo in Pelè. Poi siamo siamo stati tanto a contatto quando lo nominai ambasciatore dell'Unicef, ci siamo anche divertiti insieme perché ogni tanto ci scambiavamo i ruoli. Totti non ha fatto mai pesare quello che faceva, perché era tutto nel suo cervello, poi l'ha detto a Vanity Fair, era di un garbo incredibile. Lui ha sempre fatto tutto dicendo che era normale saperlo fare, era un campione, era nato così. La stessa cosa dicono a me, con i paragoni giusti: "Come fai a ricordare le battute senza leggerle ancora, non perdi mai il filo alla tua età?". Evidentemente questo muscolo, il cervello, l'ho allenato talmente bene come facevano loro tante ore al giorno».

Che emozione ha provato all'addio di Totti e De Rossi?
«Quello di Totti mi ha colpito di più, De Rossi è sempre un grande perché sono nati, cresciuti e finiti come carriera nella Roma, ma per quello di Totti abbiamo pianto tutti, ognuno si faceva i suoi conti. Era un momento in cui non correva un buon sangue tra lui e Spalletti e neanche con Pallotta, io ho sempre sostenuto che i presidenti debbano essere della stessa città della squadra, ora c'è questo "americheno", pare che abbia buone intenzioni, speriamo che resti tutta la stagione calcistica a Roma perché è stando da vicino che si curano le cose di più».

Banfi con Marco Ercole, curatore del libro

Ha pensato di invitare Friedkin al suo ristorante?
«Dovrei parlare inglese per prima cosa, o deve imparare lui l'italiano. Gli direi di stare di più con la squadra, non ha l'età dei giocatori però, voglio dire, viva lo spogliatoio con loro».

Quali immagini la legano di più alla Roma?
«Ho frequentato diversi giocatori. Il primo fu De Nadai, con la sua famiglia, poi Scarnecchia, con il quale ci siamo visti molto appena si sposò con la ragazza che ora è la moglie di Beppe Grillo. Falcao l'ho conosciuto molto presto. Una volta lo aspettai fuori da Trigoria per uscire insieme con la macchina sua, veniva a trovarmi a casa volentieri, poi scoprii perché veniva... Perché gli piaceva mia figlia Rosanna, non era solo per Lino Banfi, ma c'era un motivo (ride, ndr)... A Cerezo una volta feci uno scherzo con Paulo. Mi invitò a cena, loro andavano dove c'erano belle donne, a me non fregava niente perché già lavoravo con belle donne, lui mi forzò perché voleva fare uno scherzo a Toninho, che era arrivato da pochi giorni in Italia e non capiva bene l'italiano. Io dovevo spiegargli che per dire: "Molto lieto" alle donne si dice "Porca puttena". Io credevo che Falcao lo dicesse per fare una battuta e invece quando uscimmo la sera nel momento di presentarsi Falcao andava in giro dicendo "Ti presento Cerezo" e lui rispondeva a tutti "Porca puttena". Poi Toninho capì che era uno scherzo e "Falcheo" diede la colpa a me… Ho tanti ricordi, anche se non c'erano i selfie e i telefoni, ma di foto ne facevo tante con le macchine fotografiche, figuriamoci dopo… Anche per questo quando mi sono fatto più grandicello ho rinunciato ad andare allo stadio».

Però la Roma la segue ancora?
«Sì, sempre. Sono diventato romano e quindi romanista perché dovevo restituire qualcosa a questa città».

La squadra di Fonseca le piace?
«Non è male, anzi. Ci sono giocatori forti, l'allenatore mi pare capace. Peccato che il mio pupillo è sfortunato, mi fa davvero male che Zaniolo non possa giocare. Io scrissi al professore che lo ha operato la prima volta, Mariani, che operò anche me, quando mi ruppi il menisco per una storta presa sul marciapiede per fare delle foto con degli italiani che mi avevano riconosciuto a Las Vegas, dove eravamo per un mio compleanno. Tornammo a Roma prima del tempo. Mi chiesero chi dovesse operarmi e io dissi: "Voglio quello che opera i giocatori, voglio far finta che anch'io sono giocatore". Conobbi Mariani, diventammo amici, gli feci una poesia come faccio a tutti, lo chiamai The King of Ginocchio. Poi quando è risuccesso di nuovo, Nicolò è andato da un'altra parte per l'operazione. È sfortunato, ma la tempra per farcela ce l'ha, non so in che condizioni è, leggo quello che scrivete voi. Voglio dire a questo "raghezzo": "Voglio che tu guarisca presto, non mi devi far soffrire, perché io non ho tanto tempo a disposizione, ho 84 anni già "suonèti", caro Nicolò, tu devi giocare perché quando giochi tu io respiro».