Che sia una professione non priva di angolature lo capisci la domenica mattina presto quando scansi la fila sulla Pontina di tutti quelli che vanno al mare e punti dritto sulla Laurentina, per poi deviare a Trigoria dove sull'arroventato campo Agostino Di Bartolomei la Roma Under 16 affronta i pari età della Lazio per il ritorno dei quarti scudetto. Mauro Pellegrini è lì, l'appuntamento è lì. Prima vediamo la partita, poi ci ritroviamo a chiacchierare del suo affascinante ma anche complicato ruolo di ex calciatore, manager, osservatore e genitore di un ragazzo che ce l'ha fatta, il figlio Luca, neanche un minuto da professionista eppure appena gratificato dalla Roma con un contratto di cinque anni a quasi un milione di euro a stagione. Ovviamente al papà la cifra non la chiediamo, ma tutto il resto ce lo racconta lui. A cominciare proprio da quella firma: «Ne sono felice perché Luca si è legato ad una società che sta lavorando davvero bene. Monchi con noi è stato serio e affidabile, non ha fatto una cosa diversa da quelle che aveva detto. La Roma è davvero in buone mani. E adesso tocca a Luca: gli hanno detto che i terzini del prossimo anno della Roma saranno lui e Kolarov. E per lui crescere all'ombra di un simile campione è davvero gratificante».

Mauro, lei è il padre e non le chiederemo se suo figlio è bravo o no. Ma abbiamo molte curiosità legate al suo ruolo. Cominciamo dal Mauro calciatore?
«Ho iniziato dal Bettini, squadra fucina di grandi giocatori, da Rocca a Graziani a Della Martira a Di Chiara, col mitico presidente Imbergamo. Poi arrivò la Lodigiani».

Sempre da difensore?
«Cominciai da attaccante, ma avevo una certa fisicità e una volta per farmi bloccare un avversario pericoloso mi chiesero di mettermi a uomo su di lui. Andò bene e si aprì la mia carriera da difensore, facendo sette-otto gol a campionato. Poi andai al Napoli».

In che periodo?
«Il migliore, il Napoli di Maradona. Io ero in Primavera ma ogni giovedì giocavamo la partitella con la prima squadra, aperta ai tifosi».

Lo ha marcato, quindi.
«Certo. Una volta mi scappò una manata, ma non volevo assolutamente colpirlo. Lui crollò a terra, dando le spalle ai tifosi. Si coprì la bocca come se fosse ferito, e contemporaneamente, senza farsi vedere, mi guardava e rideva. I tifosi me ne dissero di tutti i colori. E lui poi mi sussurrò: "Hai visto?, io sono intoccabile...". Era un mito vero».

E dopo Napoli?
«Il mio consigliere era Allodi. Quell'anno ebbe un ictus cerebrale, a me mancò il suo appoggio. Tornai alla Lodigiani, ma mi chiesero di fare il campionato Primavera da fuori quota. Poi mi fermai e due anni lontano dai campi fecero dimenticare a tutti il mio nome. Così mollai definitivamente il calcio e studiai marketing, e cominciai a lavorare e a guadagnare quanto non avrei fatto in serie C. Nel calcio sono tornato dieci anni dopo, in Promozione, con gli amici».

Poi è arrivato Luca.
«Ma lui all'inizio fece nuoto, non calcio, anche se il fisico non è propriamente da nuotatore. Adesso poi con l'anno di stop ha fatto parecchia palestra e si è rinforzato tanto».

Dove ha cominciato?
«Al Bettini, come da tradizione. Lui cominciò addirittura sotto età di due anni, non perché fosse particolarmente dotato, era all'inizio, ma perché mancavano proprio dei ragazzi. Da lì andò alla Cisco, con amici tipo Mimmo Caso, Andrea Silenzi, Gianni Petrocchi, Sergio Roticiani. poi Tor Tre Teste e Roma».

I cugini Raiola seguono Luca. Come è nato il vostro rapporto?
«Io cominciai alla Cisco a collaborare come osservatore, sapevano che avevo fatto calcio su buoni livelli e mi chiesero di segnalare dei ragazzi. Lo feci anche alla Tor Tre Teste e vincemmo tre titoli nazionali quindi il mio nome cominciò a circolare. Nel frattempo Vincenzo Raiola, detto Enzo, il cugino di Mino, e il suo socio Sandro Martone notarono Luca e mi chiesero di seguirlo. Ne avevano anche altri e non riuscivano a seguirli tutti. Avevamo diverse conoscenze in comune e così cominciai a segnalargli giocatori. Azzeccai dei nomi perché poi arrivarono anche in nazionale e così tre anni fa lui mi chiese di farlo con assiduità. E l'anno dopo mi propose un contratto vero e proprio».

E nel frattempo aveva mantenuto il suo lavoro?
«Durante la collaborazione iniziale sì, ovviamente. Io guadagnavo già bene con molte aziende alimentari, ma il sabato e la domenica ero libero e collaboravo con loro. Poi è iniziata più seriamente».

E Luca?
«La Nazionale gli portò molti interessi importanti, in società di livello internazionale. E ad ognuno che chiamava me rispondevo che avrebbe dovuto parlare con Raiola».

Aveva la percezione che Luca stesse diventando un giocatore vero?
«Io andavo cauto, ma sentivo le proposte di Liverpool, Psv e Manchester City. Luca doveva ancora fare 16 anni. Enzo mi chiese se me la sentivo di partire con mio figlio. Io non l'avrei mai fatto partire da solo, ma le cifre che giravano erano allettanti. Tentennammo un po'».

E la Roma?
«La Roma a quel punto fece un passo importante. Gli fece un ottimo contratto, ovviamente inferiore a quello che veniva prospettato con l'opzione estera, ma davvero lusinghiero per un ragazzo, un terzino poi. Luca volle rimanere, noi ne fummo contenti. Io per quello trascurai un po' il lavoro, ero diventato agente di commercio. E Enzo mi chiese di lavorare proprio per la loro società. E adesso sono il loro responsabile dell'area tecnica».

In pratica?
«Tutte le schede di tutti i giocatori, seguirli sotto il profilo psicologico, mentale, sanitario, fisico e soprattutto tecnico, in pratica l'osservatore a tutto tondo. Ora siamo in due, più due collaboratori per altre aree geografiche. E facciamo anche l'estero: Francia, Belgio e Spagna. La parte del nord Europa la segue la filiale olandese. Però andremo anche in Finlandia a seguire gli Europei Under 19. Un gran lavoro, che sta dando ottimi frutti».

Per molti giocatori entrare nella scuderia Raiola significa andare incontro a guadagni sicuri. Ma c'è anche una parte oscura che lo riguarda.
«Non ne farei solo una questione di guadagni. Tutti sanno che con lui troveranno tutele, organizzazione, servizi. Lui non è il tipo di procuratore che va a vedere ogni partita dei suoi assistiti per dar loro le pacche sulle spalle a fine gara qualsiasi cosa abbiano fatto. Lui non deve confortare, a quello pensano amici e genitori, lui offre servizi. Alle partite andiamo noi e a fine partita non parliamo mai, al massimo ci salutiamo. Ma l'organizzazione così funziona e non sono parecchi ad averne di questo livello. E nell'ambiente lo sanno. E infatti Mino riceve decine di messaggi a settimana di calciatori anche di primo livello che gli chiedono di essere presi nella sua scuderia. Lui adesso ne segue 120-130. Lui si occupa personalmente dei top e Vincenzo e Sandro controllano tutti gli altri».

E la parte oscura? Dai club e dai tifosi non è certo molto amato.
«Dice? Io dico il contrario. È chiaro che a volte può accadere che vada in conflitto con qualcuno, dovendo pensare agli interessi dei suoi assistiti. Ma lui ha rapporti meravigliosi con tutte le società. Non litiga mai. Magari a volte si alzano i toni».

Con l'Ajax per esempio per via di Kluivert i rapporti ora non sono ottimali.
«Dici? Sa chi è il responsabile dell'Ajax?».

Brian Roy.
«Un suo ex assistito. Dicevano che aveva litigato con la Juventus».

Lì c'è Nedved.
«Un suo ex assistito. Ha discusso col Psv, ma il direttore è suo amico».

Però con Mirabelli non ha buoni rapporti per Donnarumma.
«Cose che possono capitare. Ma che sia uno straordinario professionista è indiscutibile. Stai tre ore con lui e impari cose che io in anni di frequentazioni con manager di primarie aziende internazionali non avevo capito. E poi quello che ti dice fa. Uso un'espressione su cui qualcuno sorriderà: con onestà».

Onestà.
«Onestà. Lui non fa giri di parole. Va dritto al succo. Con chiarezza».

"Questo è per il giocatore e questo è per me. Se va bene, ok. Altrimenti salta tutto". Fa così, no?
«Falso. Lui prima chiude gli accordi per gli assistiti. Poi parla di se stesso».

Non per mettere in dubbio, ma sembra difficile da credere. Un po' per diverse testimonianze, un po' perché se poi non è contento, come fa ad accettare?
«Lui dice sempre che può essere fregato una volta sola...».

E l'ottimo rapporto con Monchi come nasce?
«Monchi è una è persona schietta, onesta, per bene. Ti guarda negli occhi e quello che dice, fa. Si conoscono da tempo e si stimano».

La trattativa per il rinnovo di Luca è filata liscia?
«Lui è sempre stato onesto. All'inizio, quando, non conoscendolo, lo ammise e quindi prendemmo tempo. Poi al tempo della prima offerta, quando cercava ovviamente di tenere il giocatore ma non aveva ancora i giusti parametri di riferimento, fino alla firma».

Molti pensano che magari sia stato l'antipasto di qualcosa di più ghiotto. Magari Kluivert.
«A meno che non abbiano fatto tutto di nascosto a me, vi assicuro che quando si è parlato di Luca non è stato mai nominato nessun altro giocatore».

Resterebbe un'ultima domanda. Quanto è difficile essere il padre di un ragazzo potenzialmente così promettente?
«Non è stato facile, ma se mi chiedi il segreto ti rispondo che basta fare il genitore. Non ho mai caricato Luca di aspettative e lui ha potuto tirare fuori tutto il potenziale. Quando vedo i genitori che urlano alle partite dietro la rete mi dico sempre "poveri ragazzi..."».