Ma perché non s'è stato zitto? Perché, aspettando la conferenza stampa odierna, ha avvertito la necessità di confidarsi con un giornale del suo Paese? Perché non ha giocato in difesa, facendo catenaccio e buttando di frequente la palla in tribuna? Perché ha scelto; anzi, perché continua a scegliere di essere sincero sempre e comunque? Perché non ha ancora imparato che la sincerità - nel calcio, e non solo - spesso non paga? Perché non ha imitato quei suoi colleghi abilissimi nel praticare il "silenzio stampa parlato"; cioè, dire senza dire? Perché ha spiegato – senza la minima acrimonia – tutto quello che ha spiegato sul conto della sua squadra? Perché, lo ripeto, non s'è stato zitto?

Doveva ricordarsi, Paulo Fonseca, che tutto ciò che lui pronuncia prima o poi gli verrà rinfacciato. E gli si ritorcerà contro. Perché questo è accaduto, perché questo continuerà ad accadere. Le sue osservazioni, condivisibili o meno (su diverse io non sono d'accordo) sul recente passato giallorosso, sono state etichettate come dure critiche alla dirigenza. La sua analisi della rosa come una pugnalata al petto dei Friedkin. Si è permesso di dire che alla Roma manca un direttore sportivo, ma è semplicemente la sacrosanta verità. Lui, però, non può dirlo. Perché? Si è azzardato a parlare di quarto posto e subito è stato attaccato perché così non si danno stimoli alla squadra: io penso che se la Roma riuscirà ad arrivare tra le prime quattro, avrà fatto una sorta di impresa. Do un'occhiata alle rose (anche agli staff, sì) delle concorrenti rivali e valuto.

Fonseca come fa, sbaglia. Per un motivo molto semplice: più facile sparare sul pianista che sul direttore d'orchestra. Più comodo accusare il portoghese per aver detto che alla Roma manca il vice Kluivert piuttosto che criticare chi il vice Kluivert a Trigoria non l'ha portato. Più tranquillizzante rinfacciargli di aver abbassato con le sue parole l'asticella delle aspettative piuttosto che evidenziare che l'asticella andava alzata allestendo una rosa completa. Dopo aver vinto (sul campo) otto delle ultime undici partite di campionato (più tre pareggi), a Fonseca non resta altro da fare che battere domani il Benevento per continuare ad avere uno straccio di futuro nella Roma. Perché ormai è palese: se la Roma vince, vince la Roma; se la Roma non vince, non vince Fonseca. Il giochino è scoperto, e pure vecchio. Al Bernardini/viale Tolstoj c'era (e c'è ancora, probabilmente) chi avrebbe voluto far fuori il portoghese a luglio, ma aveva fatto male i conti. Sotto tutti gli aspetti.

Poi, a metà agosto, sono arrivati Dan & Ryan e hanno cominciato a comandare loro. Analizzando i fatti, non fidandosi delle opinioni altrui. Fonseca conosce alla perfezione la faccenda; gli è toccato subire di tutto da (quasi) tutti. Rientra nei rischi del suo mestiere, certo, ma l'hanno considerato un ex prima ancora che venisse cacciato, dando per imminente l'arrivo di un altro tecnico. Domani all'Olimpico arriverà il Benevento e io, come sempre, tiferò affinchè la Roma vinca la partita. Non sono tra chi si augura che la Roma non vinca così magari cacciano l'allenatore. Per me conta la Roma. Non contano gli uomini nel suo libro-paga. Per me non esiste la Roma di Fonseca o la Roma di Allegri oppure di Sarri. Esiste la Roma. Punto. Anzi, tre punti.