Udine per noi non è soltanto il lunghissimo colpo di testa di Falcao, non sono le storiche sfide contro Zico e Edinho, né le partite piene di goal, tipo quella che fece scoprire Spalletti a Bruno Conti, non sono neanche solo le sconfitte beffa della Roma del primo Zeman, né le fantastiche reti di Montella e Tommasi, o le tumultuose vittorie di misura firmate dall'americano Bradley, dal povero Astori (proprio lì, sic), dal rimpianto Nainggolan, né i gagliardi confronti tra il marziano Totti e l'immarcescibile Di Natale, e non è neanche la marziale figura del professor Gotti, che professore lo è davvero, il gentiluomo allenatore della squadra friulana che si è costruito una carriera ragionando per sottrazione, rifiutando più che proponendosi, accettando passi all'indietro, magari dopo qualche insuccesso in prima persona, tornando a scuola come ha fatto accettando di fare da secondo a Donadoni prima e a Sarri poi, alla fine persino a Tudor che oggi fa il secondo di Pirlo, uno che da scuola si è appena diplomato e già lo chiamano il Maestro.

Udine non è neanche la vittoria che conquistò il rispetto dei tifosi, per citare il Mahatma Cagnucci, quella dello scorso anno, uno 0-4 che sembrò finalmente far spiccare il salto di qualità ad una squadra che pareva bella ma ancora ballava poco, e quel giorno, più di un anno fa, batté non solo l'Udinese, ma anche l'arbitro che si era messo di traverso.
Udine per noi può essere l'alba di un giorno nuovo, di una Roma non ancora sbocciata, i cui petali si stanno formando a poco a poco. Poteva avere sei punti oggi la Roma e richiamare magari l'attenzione che giustamente si riserva al Napoli, all'Inter, all'Atalanta e alle altre consolidate big di questo campionato. Il refrain, per la Roma, e invece è sempre lo stesso: questa è una squadra da sesto posto. Ma ne siamo sicuri? Se è indubbiamente un dato di fatto che il livello delle squadre italiane sia enormemente cresciuto, tanto da considerare possibili, o addirittura probabili, i passaggi dei turni delle quattro squadre impegnate nella prima fase della Champions League e se tutti accreditano anche Napoli e Milan come candidati per i primi quattro posti della classifica finale, è altrettanto indubbio che la Roma possa guardare con fiducia allo stesso obiettivo soprattutto se in questo finale di mercato arriveranno i giocatori richiesti da Fonseca.

Non deve essere la concorrenza a spaventare la Roma se poi nell'arco di un campionato vengono a mancare a cicli periodici le prestazioni per un certo numero di partite consecutive. È lì che deve lavorare in profondità Fonseca, pretendendo dai suoi giocatori l'impegno che si mette in una finale anche in partite apparentemente più semplici come quelle di stasera alla Dacia Arena (calcio d'inizio ore 20,45, Dazn). Ecco perché può essere una nuova alba. Ecco la motivazione che deve spingere i romanisti ad ottenere il massimo in una partita che si presenta ostica per la già citata tradizione ma anche per le avverse condizioni meteorologiche. Se per un motivo o per un altro, dei sei punti che la Roma meritava dopo due giornate cinque sono svaniti, stasera non sono ammessi passi falsi. A meno che l'Udinese nel corso della gara non si dimostri migliore dei giallorossi. E, francamente, dopo aver visto la prova con lo Spezia stenteremmo a crederlo.

P.S. Vincere a Udine significherebbe anche tagliare un cordone con la squadra dello scorso anno, quella nella sua versione più indolente. Lo scorso 2 luglio Fonseca si presentò infatti contro l'Udinese per l'ultima volta con il suo 4231, e perse 0-2 con una formazione iniziale che oggi, se sarà confermata la squadra anti-Juventus, sarà diversa per dieci undicesimi. Tre mesi fa scesero in campo con Mirante, l'unico titolare anche stasera, Peres, Smalling, Fazio, Kolarov, Cristante, Diawara, Perez, Perotti, Ünder e Kalinic. Passato remoto.