Se normalmente il 90% delle discussioni sul calcio si concludono con sentenze che pretenderebbero le dimissioni o l'allontanamento di quel giocatore, quell'allenatore o quel dirigente, figurarsi che voglia di repulisti ci può essere nella Roma di oggi, dopo la sequela di eventi negativi che ha fatto montare la rabbia di tifosi e opinionisti in un crescendo di sentimenti negativi, cominciato dall'esclusione dalla Champions maturato alla ripresa del campionato del Covid, passando per l'eliminazione dall'Europa League, dal cambio di proprietà senza botti sul mercato, dalle difficoltà del caso Dzeko-Milik e fino al pareggio di Verona diventato una sconfitta a causa del clamoroso quanto banale errore nella compilazione della lista.

La piazza chiede una rivoluzione, molti giornali ne assecondano gli umori e anticipano decisioni che in realtà i Friedkin non hanno (ancora) assunto. E se è possibile/probabile che a medio termine i nuovi proprietari abbiano in animo di cambiare tutto il management, al momento non pensano affatto di demansionare o sostituire l'amministratore delegato Guido Fienga, che continua invece a godere della loro piena fiducia. Dal punto di vista del pasticciaccio brutto di Verona, la Roma considera chiusa la questione con le dimissioni presentate dal segretario Leo Longo, di fatto il principale responsabile dell'episodio (anche solo per "omesso controllo"). Longo non sarà sostituito, del resto l'ufficio della segreteria sportiva è lo stesso dai tempi di Monchi, l'ex dirigente del Torino arrivato con Petrachi era stato solo chiamato a presiederlo.