A ripensarci bene è cominciato tutto dalla fine. Da un 28 maggio che anche ai più giovani fra noi ha fatto passare avanti agli occhi ogni fotogramma della propria vita. Quel giorno in cui nulla sembrava avere più un senso, tutto ha preso forma. Da quell'amore lì. Un'esplosione di lacrime e abbracci e sentimenti collettivi che hanno riportato un popolo a stringersi alla propria squadra. Come non accadeva da tempo.

Ne è servito un altro po', certo, ma l'anno vissuto così intensamente ha talmente consumato il romanismo da rigenerarlo. E fargli sconfiggere anche i pregiudizi più insensati. I primi andati in scena hanno accompagnato l'ingresso sul palco di una vecchia conoscenza giallorossa. Un campione d'Italia, per essere precisi. Ma accolto quasi come una zavorra, un tecnico che nelle previsioni sempre funeste che accompagnano le ultime estati romaniste avrebbe dovuto trascinarci in chissà quale precipizio. La scelta rivendicata a più riprese (soprattutto nei momenti più bui) da Monchi di affidare a Di Francesco la guida della squadra, all'alba della nuova stagione sembra nella migliore delle ipotesi un azzardo. Sulle stesse operazioni di mercato del direttore sportivo che ha fatto le fortune europee del Siviglia aleggia un alone di scetticismo, che appare quantomeno ingeneroso.

Ma la nuova Roma prende forma noncurante delle diffidenze e forte di un pubblico che fin da subito non esita a schierarsi al suo fianco. E quando al primo turno si presenta su un territorio da sempre avverso, la sorpresa è massima (in chi ha già dispensato sentenze anticipate) nel constatare che i giallorossi sono gagliardi, tosti, soprattutto nella fase difensiva. Bergamo è espugnata e a Kolarov è bastata una sola partita per mostrare che un - lontanissimo - passato non può inficiare un presente luminoso. Piede sinistro sontuoso, ma più ancora un grugno che qui sembrava appannaggio esclusivo di Strootman. E che è sempre ben accetto.

L'esordio casalingo è uno strano scherzo di un calendario beffardo, che ripropone subito Spalletti all'Olimpico. I fischi si sprecano come da pronostico a quota minima. Quello che nessuno si aspetta e che invece si verifica è che la prima Roma difranceschiana nella Capitale metta sotto per settanta minuti l'Inter del suo ex tecnico, incantando e non dilagando solo per colpa di un triplo palo. Poi sale in cattedra (si fa per dire) la coppia Irrati-Orsato che nega un rigore solare su Perotti. Fra campo e Var. In modo da permettere ai nerazzurri di ribaltare l'esito della gara.

La lunga pausa che ne segue, fra nazionali e rinvio della partita di Genova con la Samp, non aiuta. E quando si torna in campo, un Atletico Madrid nettamente più pronto mette in difficoltà i giallorossi, ma al contempo inizia a svelare all'Europa il talento di Alisson. Nel girone di ferro in Champions la strada sembra in salita, fin quando Manolas e Dzeko non portano a casa tre punti preziosissimi da Baku. Quella colta ai confini del mondo, nella trasferta più lontana della storia della Roma, è una vittoria che si rivelerà preziosissima per il cammino europeo. Oltre a rappresentare il quarto successo consecutivo a settembre. Pur senza incantare, i giallorossi sembrano aver ingranato la marcia giusta. E continuano a non incassare reti, cominciando a dare un indirizzo a quella che sarà una costante stagionale: una fase difensiva ferrea.

Altro schiaffo agli incasellamenti preventivi del tecnico - suo malgrado - nella schiera dei dissennati, come se la sua squadra avesse nel dna la propensione a diventare un colabrodo. Tutt'altro, col senno di poi. Ma anche di prima. La squadra coglie nove punti nel mini-ciclo sulla carta più alla portata, contro Verona, Benevento e Udinese. La mano di Di Fra inizia a vedersi, la Roma a (ri)conquistare la sua gente.