«Di anni con il Sassuolo fino a oggi ne ho passati 35, ma 5 me li sono fatti interi con Eusebio. Un allenatore e un uomo eccezionale». Sembra quasi commosso Remo Morini quando parla di Di Francesco. 5 anni insieme non si dimenticano e Remo non vede l'ora che venga domenica per passare qualche ora col suo amico: «Quando era qui spesso cenava a casa mia, spero si fermi un po' per passare qualche ora insieme. È un uomo di grandissimi valori morali, l'ho capito subito che sarebbe arrivato in alto, vede le cose prima degli altri, è giustamente ambizioso, ero sicuro che avrebbe fatto così bene».

La prima volta che lo vide fu su una panchina avversaria:
«Lui allenava il Pescara, io ero al fianco di Gregucci, perdemmo, e mi colpirono già allora il suo comportamento signorile e la sua determinazione in panchina».

Con la bonomia tipica degli emiliani, Morini apre l'album dei ricordi:
«Ammiro e apprezzo tutta la sua famiglia, Federico che sento spesso, gli altri figli, il babbo Arnaldo, la mamma Silvana. Una famiglia tradizionale, con i valori di una volta».

Difetti di Eusebio?
«Vabbè, è un rompicog... Quando mangia per esempio sottolinea sempre gli ingredienti di ogni alimento... Ma è una ottima forchetta. Va matto per i tortelli, ma anche la carne e i dolci... Il tiramisù, soprattutto».

E da allenatore?
«È un accentratore, attento anche ai minimi dettagli. Controlla tutto, ma fa bene. Impossibile volergli male».

Con la gente che rapporto aveva?
«Lo adorano tutti, viveva molto la città, sin dal mattino lo si vedeva al bar a far colazione, aveva sempre una parola buona per tutti, parlava e scherzava con chiunque. Era perfettamente integrato con la gente. Vedrai che festa gli faranno».

E al di fuori dell'ambito calcistico quali erano le sue passioni?
«Quando stavamo insieme a cena, magari con le mogli, non parlavamo mai di calcio. Io amo le macchine e le moto, magari parlavamo di motori. Sono anche andato a casa sua a Pescara, un'estate. In moto. Ma è un ricordo bellissimo legato però a una successiva vicenda tristissima. Passai due giorni tra il Gran Sasso e Campo Imperatore in moto con suo cognato, Carmine, che aveva sposato la sorella della moglie di Eusebio. Una persona meravigliosa. Purtroppo venti giorni dopo quella bella gita Carmine ebbe un infarto e morì. Fu una tragedia, Eusebio era legatissimo a lui. Era lui peraltro che teneva in ordine casa sua a Pescara quando lui stava a Sassuolo».

Meglio tornare al calcio, e a quel momento triste vissuto nei giorni dell'esonero poi rientrato dopo poche settimane:
«Fu un trauma per tutti, il dottor Squinzi volle dare una scossa ad una squadra che sembrava bloccata. L'ultimo giorno a Sassuolo venne a casa mia con la moglie, pranzammo e poi alle 15 partì e andò via, commosso».

Squinzi chiamò Malesani che dopo cinque sconfitte consecutive fu rimosso dall'incarico e Di Francesco tornò con diverse motivazioni:
«Richiamarlo fu la nostra fortuna e probabilmente anche la sua. Tornando cambiò alcune cose, ripensò agli errori commessi e a quelli delle persone vicine alla squadra. E la festa per quella salvezza a fine stagione fu emozionante, quasi come quella della promozione».

La promozione in A è il ricordo al quale Remo è più legato:
«Il Livorno lottò con noi fino all'ultimo minuto, nelle partite precedenti perdemmo diverse possibilità favorevoli, sembrava una maledizione. Poi arrivò quel gol, fu una gioia intensa. Ma fu bellissima anche la corsa in Europa League, battere l'Athletic Bilbao fu un'impresa forse superiore a quella fatta con la Roma col Barcellona...».

Il calcio è fatto di punti di vista. Solo Di Francesco mette d'accordo tutti.