Alla fine della fiera, Dan Friedkin. Peraltro con tutti i se e i ma del caso. Nel senso che, ieri mattina, il quotidiano economico Milano Finanza ha rilanciato in maniera piuttosto dettagliata il nome dell'imprenditore texano come possibile erede di James Pallotta al timone di comando della nostra Roma. Ovvero che avrebbe presentato una nuova offerta per assicurarsi il pacchetto di maggioranza del club giallorosso. Che il gruppo texano non fosse mai uscito di scena, lo si era capito da un pezzo, pure dopo il no pallottiano sentenziato rispetto alla (pen)ultima offerta. Un no ufficializzato in un'intervista in cui i termini del vade retro Dan, tutto erano stati meno che eleganti. Tanto è vero che, dalle parti di Houston, era arrivata fino a qui una notevole e comprensibile irritazione per le parole pronunciate dall'imprenditore bostoniano. Ma tutto questo non aveva fermato Friedkin che, ad alcuni suoi carissimi amici romani (e romanisti), anche nei giorni scorsi ha ribadito di non aver assolutamente abbandonato l'idea di prendere la società giallorossa che considera strategica come prima pietra per un suo sbarco europeo. Anche perché in questa vicenda che va avanti ormai da oltre otto mesi, l'uomo che colleziona aerei vintage ha già speso una cifra non inferiore ai dieci milioni di euro. Come? Basti pensare che nel lungo e approfondito lavoro di due diligence sulla Roma con tanto di due spedizioni nella nostra città, il gruppo del texano ha coinvolto oltre sessanta professionisti di assoluto livello e non bisogna essere professori di economia per sapere che queste professionalità costano, ciascuna, centinaia di migliaia di euro.

Ma torniamo alla possibile nuova offerta recapitata a casa Pallotta. Oddio, non sappiamo se definirla proprio nuova. Nel senso che pur non essendo professori di matematica, a noi non è che sembri così diversa rispetto alla precedente. Dunque: il gruppo texano questa volta avrebbe messo sul piatto 490 milioni non facendo cenno agli ottantacinque che nella precedente offerta erano stati garantiti come successivo aumento di capitale per la Roma. Quegli ottantacinque milioni che, poi, Pallotta aveva respinto al mittente, diciamo così, sottolineando che a lui, nel caso di cessione, della ristrutturazione della casa interessava poco. In pratica il bostoniano con quelle parole non proprio oxfordiane, aveva fatto il prezzo che avrebbe accettato per cedere la Roma (tra i cinquecentottanta e i seicento milioni). Che c'è allora di diverso rispetto alla precedente offerta? Che il cash sarebbe pagato tutto e subito. Ma in realtà anche questo aspetto non risponde alla realtà, nel senso che dopo la precedente offerta la banca Goldman and Sachs all'epoca aveva garantito che era disposta ad anticipare la liquidità pur di chiudere l'affare (tenete presente che queste banche guadagnano, bene, solo se la trattativa si chiude).

Alla luce di tutto questo perché allora Pallotta dovrebbe rispondere di sì quando il cash in più è (sarebbe) solo di cinque milioni? E anche, perché Friedkin si sarebbe esposto a un possibile nuovo no, roba che questi miliardari non sopportano proprio come filosofia di vita? Una risposta al secondo interrogativo potrebbe essere (anzi è) che nel gruppo texano c'è la convinzione che in realtà, a fronte di tutte le chiacchiere che sono state fatte nelle ultime settimane a proposito di possibili nuovi acquirenti per la Roma, di vero ci sia poco e niente. Non dando cioè nessuna credibilità a una possibile cordata americana-uruguaiana-brasiliana (che si starebbe adoperando per fornire le risposte alle numerose esigenze esposte da Goldman Sachs per conto di Pallotta) pronta a portare Cavani a Trigoria, così come a un fondo del Kuwait (che c'è) nella certezza che se gli arabi vogliono davvero chiudere per la Roma, allora non ci sarebbe offerta possibile per batterli al chi offre di più. Alla prima domanda, invece, la risposta è complessa e difficile da dare con ragionevole certezza. Una, per esempio, potrebbe essere che quella trapelata come seconda offerta sia soltanto una parte della verità. Cioè che ci sia una condizione che, in un futuro più o meno a breve termine, possa garantire quegli ottanta-novanta milioni che mancano alla richiesta pallottiana. In pratica i soldi che il bostoniano ha speso nell'affaire-stadio.

Ecco, lo stadio. Sperando che domani la riunione del Movimento Cinque Stelle non annunci un nuovo rinvio, sembra proprio che ci si stia avvicinando alla votazione per il sì definitivo. Inoltre nei giorni scorsi sono trapelate notizie, mai smentite, di contatti tra il gruppo Friedkin e il gruppo Vitek che sarebbe pronto a rilevare le società di Parnasi, compresa quella che ha la proprietà dei terreni di Tor di Valle. Contatti che, sempre secondo le confidenze, sarebbero stati positivi con un accordo che prevederebbe lo stadio agli americani, tutto il resto al ceco. Alla luce di tutto questo, non è da escludere che una volta arrivato il sì allo stadio, spuntino fuori quegli 80 milioni che mancano alla richiesta pallottiana. A meno che non si materializzi un nuovo acquirente pronto a sparigliare le carte in tavola. In questo senso si registra un quarto soggetto che avrebbe manifestato interesse a Pallotta, stavolta dal Bahrein. Insomma, alla prossima.