Nella prima idea estiva di più di un anno fa, per i dirigenti della Roma l'allenatore giusto per rilanciare le ambizioni della squadra giallorossa dopo le delusioni della stagione precedente avrebbe dovuto essere Antonio Conte. Petrachi si era speso per lui, anzi in qualche modo aveva vinto i diversi ballottaggi proprio giocando questa carta, e in qualche modo Pallotta si era convinto ad assumere il direttore sportivo anche per l'idea di chiudere un ticket di sergenti di ferro salentini che avrebbero garantito a suon di urlacci il rispetto di ogni regola. Com'è andata lo sappiamo tutti: Conte disse di no, la Roma si tenne Petrachi ma il rapporto è durato appena 11 mesi, e come tecnico è arrivato un signore che in un mondo di urlatori tiene sempre il controllo in ogni situazione, sapendo che per far rispettare le regole solo i deboli alzano la voce, proprio per paura che i propri fragili argomenti poi non tengano alla controprova dei fatti.

Nessuno ovviamente vuol disconoscere il valore tecnico dell'allenatore attualmente secondo in classifica. Ma sarebbe anche ora che per valutare lo spessore di un tecnico si facessero pesare meno le apparenze e più i fatti. A Conte bastano quelli: con 71 punti, secondo posto garantito anche dopo l'anticipo di ieri dell'Atalanta, si gioca stasera le chances per consolidare la piazza d'onore e mettersi poi seduto in poltrona domani sera ad aspettare il risultato di Juventus-Lazio sapendo che in ogni caso, ammesso e non concesso che riesca a fare punti stasera, potrebbe poi come minimo ipotecare il secondo posto e come massimo aspirare addirittura al primo. Ma tra Conte e i sogni di gloria stavolta di mezzo c'è la Roma, l'esame numero 205 tra le due squadre. L'Inter è infatti la squadra più affrontata dalla Roma nella sua lunga storia: il bilancio delle 204 volte precedenti non è particolarmente lusinghiero, visto che sono 87 le sconfitte finora maturate, 57 pareggi e 60 vittorie. Eppure la sfida con i nerazzurri evoca epiche battaglie con Mourinho, le ranieriane illusioni di un titolo che al confronto il miracolo Leicester sarebbe stato considerato un orpello nel curriculum del tecnico, le ripetute prodezze di Totti, le esultanze di De Rossi, le mille bellezze di una sfida che ha regalato gol ed emozioni, clamorosi rovesci e fantastica affermazioni. E anche trofei: l'ultimo arrivò proprio contro l'Inter, il 24 maggio del 2008. Già, sono oltre 12 anni che la Roma non vince un titolo. L'ultima volta fu quella Coppa Italia giocato all'Olimpico in gara secca.

Si giocherà, come sempre nel calcio di questi giorni, un po' sui nervi, un po' sui muscoli, in una serata calda ma che non minaccia di essere appiccicosa. Conte, maestro in certe dinamiche, ha già fatto notare come i giallorossi partano in vantaggio per via del giorno in più di riposo. Se andrà male è già pronta la scusa, se andrà bene sarà stato bravo lui ad azzeccare le scelte e rivitalizzare il suo gruppo. Il menù dei suoi dopo partita è sempre lo stesso: richiama gli elogi quando vince, accampa scuse quando perde. Resta ovviamente un bravissimo allenatore, ma ci teniamo stretto Fonseca. Lo studio del campionato italiano non è ancora finito, evidentemente, magari nella prossima stagione, qualsiasi sarà il presidente, il portoghese potrà mettere a frutto l'esperienza di quest'anno e puntare decisamente più in alto del quinto, risicato posto che la Roma stasera con una vittoria potrebbe ipotecari. È anche un crash-test per l'Europa League: in fondo l'Inter è tra le favorite alla vittoria finale della coppa, con Siviglia e Manchester United. Dal 6 agosto in poi, se la Roma vorrà tornare ad alzare un trofeo, dovrà batterle probabilmente tutte e tre in successione, con l'intermezzo del Wolverhampton. Ma siamo già troppo oltre, come dice Fonseca è meglio fare un passo per volta.