Come è la storia del dottor Jekyll e mister Hyde che poi, pensateci bene, ci coinvolge un po' tutti, nessuno si senta escluso? Ecco, i novanta minuti di ieri sera contro il Verona, ci hanno fatto pensare al capolavoro di Robert Luis Stevenson. Guardando con crescente stupore la prestazione di Edin Dzeko. Cioè un campione. Perché, sia chiaro, stiamo parlando di un campione. Provate a rivederla la partita del bosniaco contro la tarantolata squadra di Juric. E mettete a confronto i primi quarantacinque minuti con i secondi, recuperi esclusi (quello della ripresa sembrava non dover finire mai e non si capisce francamente perché). Roba da uscire pazzi. Dominante nel primo tempo, in una Roma che per scelta tattica aveva deciso di aspettare il Verona e poi, una volta che i giallorossi entravano in possesso del pallone, lancione verso Edin, in particolare per il suo capoccione che doveva smistare il gioco per puntare, con meno passaggi possibili, verso la porta avversaria. Il bosniaco lo ha fatto una, cinque, dieci volte. Non sempre capito dai compagni, ma con una qualità tecnica e fisica al di sopra di ogni sospetto. Pur con qualche comportamento che è sembrato inquietante. Come quando in area di rigore non è andato a riprendere un pallone che gli era rimbalzato a due metri o come quando non ha gradito un mancato passaggio da parte di Lorenzo Pellegrini. Ma certi atteggiamenti hanno sempre fatto parte del personaggio Dzeko, l'umoralità fa parte della sua persona. L'importante, però, è che faccia Edin come lo ha fatto nella prima parte della gara. Che, non è stato un caso, ha concluso con il gol del raddoppio, una capocciata da gigante in mezzo all'area, a mangiare in testa all'avversario di turno. Ma proprio lì si è capito che qualcosa stava cambiando nell'umore del bosniaco. Non c'è stata praticamente esultanza, quasi che quel gol non fosse stato capace di restituirgli l'umore dei giorni migliori, rovinato chissà da quale pensiero occulto.

Che non fosse così, dobbiamo dire che l'abbiamo pensato nel momento in cui le squadre sono rientrate in campo quando abbiamo visto il bosniaco sorridente in mezzo al campo. Vuoi vedere che ci regala un secondo tempo da campione qual è? È successo invece l'esatto contrario. Complice probabilmente la fatica crescente della partita, forse pure di una Roma che palla al centro, si riprende a giocare, becca puntuale il gol che poi a tutti, Edin compreso, ha fatto trattenere il fiato fino a quando l'arbitro Maresca non ha fischiato la fine della gara. Un'ansia che per certi versi, anzi molti versi, è stata "colpa" proprio del bosniaco, capace di fallire due gol che per uno come lui dovevano essere solo una formalità, due ciabattate di destro spedite alte quando il portiere avversario e Juric strillante in tribuna erano già alle preghiere. Insomma, l'altra faccia del bosniaco, capace anche nel corso della stessa partita di essere il bello e il brutto di se stesso. Roba da non crederci, se non fosse che visto che è al quinto anno con la nostra maglia, un po' ci abbiamo fatto l'abitudine. Sia chiaro, però, in questi cinque anni sono state assai di più le cose belle rispetto a quelle che inducono alla volgarità figlia legittima della delusione. Perché, ripetiamo per qualcuno che magari non l'avesse capito, stiamo parlando di un campione, del miglior giocatore a libro paga della società giallorossa, del punto di riferimento (in attesa della definitiva crescita di Zaniolo, stai tranquillo, Nicolò, il futuro è tuo) di una squadra che vuole continuare a pensare in grande. In questo senso, prossimo appuntamento il sei agosto a Duisburg contro il Siviglia dove servirà lo Dzeko migliore per novanta minuti per poter continuare a sognare.

Lo dicono, se mai ce ne fosse bisogno, i numeri. Con quello di ieri sera al Verona, il bosniaco è arrivato a quota centocinque reti con la maglia giallorossa, solo uno in meno di Volk che è al quarto posto della classifica dei cannonieri romanisti di tutti i tempi. Il terzo posto di Amadei è distante solo sei reti, il secondo di Pruzzo è a ventitre, il primo di Totti meglio lasciar perdere. Dzeko, con il gol al Verona, è diventato pure, in solitudine, il miglior bomber straniero della Roma, primato che fino a ieri sera condivideva con Piedone Manfredini. Sono numeri che non si possono discutere perché questo signore è stato molto più spesso il dottor Jekyll che mister Hyde, un centravanti capace di essere anche un numero dieci, un giocatore con due piedi che sanno dare del tu al pallone. Dicono sia destro, in realtà la storia romanista dimostra che i suoi gol più belli li ha realizzati con il mancino. Al punto che se contro il Verona quelle due facili facili occasioni da gol che gli sono capitate sul destro gli fossero finite sul sinistro, probabilmente non saremmo stati costretti a convivere con l'angoscia della beffa fino all'interminabile recupero deciso chissà perché da Maresca.