Piangere per una qualificazione epica. Sorridere dopo un'eliminazione amara. Si può, senza sovvertire i canoni basilari del tifo? Senza credere di avere idee confuse o di stare a testa in giù? La domanda è retorica, la risposta arriva semplicemente guardandosi intorno.

Lo vedi in quegli occhi. In quegli sguardi fieri. In quei volti storditi, magari incazzati ma non con la Roma, e comunque non più preda di scoramento. È in quelle espressioni di persone che sono tornate ad essere comunità. Popolo. È la vittoria più grande.

Pensate ai momenti più belli, intensi, degni di essere ricordati nell'arco delle vostre esistenze. E dite a voi stessi se ce n'è uno - uno soltanto - in cui siete da soli. No, vero? Anche il più solitario fra noi, anche chi crede di essere un'isola, ha bisogno di qualcuno accanto per poter condividere le proprie emozioni. Altrimenti restano vacue. E si dimenticano facilmente.

Quanto è mancato tutto questo alla Roma negli ultimi anni? Tanto, troppo. Divisi in mille grottesche tribù, dilaniati a volte, concentrati sulle lotte intestine al punto da non pensare più al bene comune. Alla Roma. Poi questa cavalcata. Che è stata tutt'altro che miracolosa. È stata cercata, voluta. Forse trovata un po' per caso. Ma molto, moltissimo, per valore. E ha rifatto innamorare chi si era distratto. E riunito a chi non lo è mai stato. Ha ricreato un'aria friccicarella, da impresa possibile. Ha sventrato i mainagioismi. I mattepareche. Gli annoiquannocecapita. Ci capita. Ci è capitato. Ed è stato fantastico. Abbiamo fatto tremare il mondo.

Il Chelsea dei miliardari. Il Barcellona dei marziani. Il Liverpool degli arbitri. I gufi in Italia. Tutti hanno tremato. Fino all'ultimo istante. E noi siamo stati meravigliosi. Tutti. Squadra, pubblico, tecnico, società. Roma e romanisti. L'Europa intera ci ha guardato con ammirazione e magari un pizzico d'invidia. Quella che noi non proveremo mai. Tantomeno avremo rimpianti quando ripenseremo al fiume di emozioni che ci ha travolto in questa primavera. Non sarà una foto sbiadita dal tempo, ma la prima di una carrellata di immagini lasciate sul sentiero della Grandezza. Da cui non si torna indietro. Non c'è alcuna struggente malinconia nell'ennesima splendida partita. Solo orgoglio. E certezze. Che non si tratta di un effimero exploit, ma di qualcosa di duraturo. Non di arrivo, ma di partenza. Non di caso ma di volontà. Perciò sorrisi ora e lacrime col Barça. Lì era epica, qui è stato un nuovo albeggiare, al netto degli orrori arbitrali. Non si è capovolto il tifo, ma il mondo. Che non ora, ma DA ora è ai nostri piedi. La differenza è sostanziale. E a riportare la barra dritta per farci ritrovare a nostro agio su ‘sto mondo-meno-infame dalla nuova prospettiva, ci ha pensato un Capitano immenso.

Perciò gli occhi non sono lucidi ma fieri. Perciò l'orgoglio prevale sulla tristezza. Perciò siamo tornati Popolo. Quando riguarderemo questa Champions, sapremo di non essere mai stati una storia triste. Sapremo che tutto è successo davvero. E ci sentiremo forti. Vivi. Romanisti.