In principio fu Garcia, poi Di Francesco. E poi? Qualcuno mette le mani avanti e dice: Fonseca. Un po' di messaggi dopo la debacle interna contro l'Udinese partiti da Boston in risposta ai cronisti che chiedevano un parere sulla prestazione della squadra. Quasi un assist per un presidente sanguigno come James Pallotta: «Partita vergognosa. Imbarazzante. Sono disgustato», questo il sunto. Comprensibile per altro tanta delusione, a caldo. Anzi, forse anche contenuta per il primo tifoso. Poi il chiarimento: «Fonseca is fine», ha scritto il presidente ieri appena sveglio dalla sua Boston a chi - come Il Romanista - gli chiedeva se la sua esternazione rappresentasse delusione riferita al tecnico o più in generale alla prestazione dei giocatori. «Il futuro di Fonseca non è in dubbio, ha il mio totale supporto. Forza Roma», ha poi tweettato a rincarare la dolce dose Pallotta.

Non aveva fatto una piega Paulo Fonseca, evitando di commentare la reazione del proprietario del club nelle interviste post gara. Non ha fatto una piega neanche a freddo, confrontandosi con la dirigenza, spiegandosi e accusando anche il colpo di alcune critiche: «È normal», ha chiarito in conferenza stampa ieri, da uomo di calcio, Paulo, in un mix tra italiano e portoghese. Così come è normale che non faccia piacere una "cazziata" così rumorosa (rivolta, sì, in generale alla prestazione e alla squadra, ma nella quale c'è anche e soprattutto Fonseca, seppur mai stato nominato direttamente). Fonseca si è chiuso nel lavoro. L'uomo delle soluzioni, come anche l'ha descritto Jim poche settimane fa quando si era detto felice più che mai dell'allenatore nato in Mozambico. Ma, attenzione, non tutti si sono convinti che le parole di Pallotta mettano fine a ogni equivoco.

Primo perché - e lo sa anche Fonseca - è il gioco del calcio essere appesi ai risultati. Secondo perché quello di Jim con gli allenatori della Roma è stato quasi sempre un rapporto sull'altalena. Non fosse altro perché, consigliato o meno, da quando è presidente sulla panchina giallorossa non esistono affetti stabili: sono sei gli allenatori che si sono avvicendati alla guida della squadra. E, appunto, con Garcia («Sarà il nostro Ferguson», disse nel giugno 2015 nella conferenza in cui annunciava di voler prendere un top player: Dzeko) e Di Francesco, in particolare, il feeling si è presto alterato. «Disgusted», in effetti, i giornalisti romani l'avevano già letto altre volte sul display del proprio smartphone. Il caso è chiuso, certo, almeno per ora. Fonseca va avanti e ci crede. Palla a lui, l'uomo delle soluzioni. 

Poi sarà tempo di futuro: in questo senso, Friedkin resta alla finestra ma, come già vi abbiamo raccontato, non è più solo tra i pretendenti al club: si rincorrono le voci dall'Uruguay relative all'interesse che si sta concretizzando di un gruppo statunitense che porterebbe anche Cavani a Roma (avvicinato da alcuni intermediari brasiliani per conto del gruppo).