L'intervista di James Pallotta al sito della Roma è arrivata in Italia nel pomeriggio di ieri ma più o meno nelle stesse ore è "tornata" negli Stati Uniti, un po' più a sud di Boston, dove risiede il quartier generale del patron della Roma, all'altezza del parallelo della seconda casa di Pallotta, cioè Miami. Houston, in Texas, dove vive e lavora Dan Friedkin, che sarebbe potuto diventare il proprietario della società giallorossa se non ci fosse stata la pandemia di coronavirus e se Pallotta non avesse esitato a firmare a inizio 2020, quando la due diligence che ai più sembrava infinita in effetti non finiva mai.
«Offerta inaccettabile» (benché definita congrua, tra gli altri, da Kpmg) e «modifiche apportate dai loro avvocati e banchieri».

Le parole dell'imprenditore che nel 2012 è diventato presidente della Roma non devono esser state tanto gradite alla famiglia Friedkin, ma si sa, non può esserci irritazione nel business, dove nessuno si "offende" per le schermaglie di un'operazione così complessa come il passaggio di proprietà di una società quotata in borsa e valutata tra i 500 e i 700 milioni di euro. Anche perché «se il gruppo Friedkin avesse i soldi e volesse parlare ancora e avanzare un'offerta tale da essere ritenuta accettabile da tutti noi per la Roma, lo ascolteremmo», Pallotta dixit. Nessun commento ufficiale da Dan, tra l'altro sempre denominato "Gruppo Friedkin" nell'intervista. Riflessione e, semmai, azione. Per tutti, anche per Pallotta che con DaGrosa defilato (e chiuso nel silenzio dopo le ultime uscite "troppo" mediatiche) continua a parlare con banche e possibili investitori per garantire la Roma.